Memorie di cantiere
Diga di Mosul — Iniezioni
Carlo Crippa · 2016–2019

“ La riparazione della Diga di Mosul Un progetto fuori dal comune ” Carlo Crippa
2016 – 2019 La Diga di Mosul è la più importante diga dell’Iraq e la quarta più grande struttura idraulica di tutto il Medio Oriente. È situata sul fiume Tigri, nel Nord dell’Iraq, circa 50 km a NO della città di Mosul, vicino al territorio del Kurdistan. Siamo vicini al sito archeologico della città di Ninive, quella della predicazione del profeta Giona nella Bibbia. In origine conosciuta come Saddam Dam, questa diga è stata considerata già dalle prime fasi del suo utilizzo come una tra le più pericolose strutture al mondo. Sin dal suo primo invaso sono stati osservati fenomeni di dissoluzione delle rocce di fondazione, causati dal continuo passaggio d’acqua al di sotto della diga, che tendono a minare l’integrità della struttura. Se non contrastati efficacemente, questi fenomeni di dissoluzione potrebbero eventualmente causare il crollo della diga e la conseguente catastrofica inondazione dei territori a valle. Le conseguenze che deriverebbero da un crollo sarebbero irreparabili sia per quanto riguarda l’enorme perdita in vite umane sia per gli effetti a lungo termine sulla già precaria economia statale. L’Iraq ne uscirebbe sconvolto. Continui interventi di manutenzione della cortina di iniezione nelle fondazioni sono pertanto necessari per cercare di assicurare minime condizioni di sicurezza. Trevi negli anni 2009 – 2011 ha studiato a fondo una possibile soluzione permanente del problema arrivando a progettare la costruzione di un diaframma – unico al mondo – a più di 230 m di profondità; questo progetto però non ha mai visto la luce. Quando però nel 2014 l’Isis ha preso il controllo dell’area tra la Siria nord-orientale e l’Iraq occidentale facendo della città e della regione di Mosul una delle sue roccaforti, i seppur minimi lavori di manutenzione, eseguiti direttamente dal Ministero delle Risorse Idriche iracheno, sono stati giocoforza per lungo tempo completamente interrotti. Pertanto, per contrastare il deterioramento delle fondazioni e per mettere in sicurezza la diga, il governo iracheno nel 2015 ha indetto un bando internazionale per l’esecuzione di lavori urgenti di riparazione. Tutto questo dietro la spinta determinante del governo americano, sotto la presidenza Obama. Si trattava “solo” di organizzare un lavoro di iniezioni tecnicamente complicato e logisticamente difficilissimo nella zona che in quel periodo era considerata la più pericolosa al mondo. E qui entra in gioco la lungimiranza e la tenacia di Stefano
Trevisani. E’ solo grazie a Stefano ed alla sua caparbietà che Trevi ha perseguito questo lavoro. Laddove quasi tutti gli altri, me compreso devo ammettere, vedevano solo grandi difficoltà ed enormi rischi, Stefano ha saputo scorgere le vere opportunità. La firma del contratto di Mosul è stata una affermazione principalmente di Stefano. Gli inizi e la preparazione del lavoro non sono stati semplici. Mi ricordo bene quando il 16 dicembre 2015 l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi, in una puntata di “Porta a Porta”, annunciò l’invio di 450 militari per la difesa della diga di Mosul e per consentire i lavori della Trevi. Noi in quel momento non avevamo ancora alcun contratto, sarebbe stato firmato solo tre mesi dopo, ma ci trovavamo nostro malgrado nel bel mezzo di un “tourbillon “ diplomatico che vedeva attivamente coinvolti il governo italiano e le nostre forze armate, quello iracheno insieme a quello curdo e il governo USA con le forze della coalizione. E’ stato così per tutto il progetto: c’era da una parte Trevi e dall’altra tre governi e mezzo (considerando anche i Curdi), ognuno con diversi interessi, approcci distinti, differenti “sensibilità”. Non capita spesso di ricevere a Cesena telefonate dallo staff personale del presidente USA per sincerarsi direttamente sui progressi della nostra installazione di cantiere: è accaduto più di una volta nella primavera 2016, con la Presidenza Obama che considerava la riparazione della diga di Mosul come un’assoluta priorità nel panorama mondiale. Non mi soffermo ora sugli aspetti tecnici del nostro lavoro. Essi vengono presentati a parte. Voglio solo affermare che le iniezioni e tutti i lavori di riparazione sono stati eseguiti con una tecnologia all’avanguardia, decisamente innovativa sotto alcuni aspetti, e hanno conseguito un assoluto successo. Il progettista e direzione lavori – il Corp of Engineers USA – ha sin da allora portato ad esempio i nostri lavori come un progetto eseguito a regola d’arte. Solo per dare un’idea delle dimensioni del lavoro di Trevi, dalla firma del contratto a marzo 2016 al completamento in agosto 2019 – abbiamo costruito un campo per 1,350 persone – sono stati iniettati 5,400 fori, per più di 403,000 m – abbiamo perforato per una lunghezza totale di 530,000 m – abbiamo iniettato 41,000 m3 di miscela con 27,000 ton di cemento – sono state vendute al cliente 17 sonde, 32 pompe, 3 impianti di Soilmec – abbiamo riparato e manutentato le paratoie degli scarichi di fondo della diga – abbiamo organizzato corsi specifici di training per 155 tra ingegneri ed operatori locali – sono stati installati 170,000 m di cavi elettrici e 20,000 m di tubi per il rifacimento degli impianti nella galleria di iniezione, a 100 m di profondità sotto la cresta diga. E’ stato comunque dall’inizio alla fine un progetto assolutamente fuori dal comune. Mi è difficile mettere in ordine in maniera organica gli eventi accaduti e, per descriverli tutti, ci vorrebbe ben più di qualche pagina. Mi limito perciò a citare qualche aspetto particolare. Soltanto il ricordo di quante e quali personalità sono passate a far visita in cantiere dà un po’ l’idea della visibilità che ha avuto il nostro progetto. Iniziando con gli italiani, e solo per citarne alcuni, abbiamo accolto due Ministri della Repubblica, un Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, un paio di sottosegretari, un Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, un Comandante Generale del

Comando Operativo Interforze, due diversi Ambasciatori in Iraq. Il Primo Ministro iracheno è venuto in cantiere due volte e le visite dei Ministri e dei dignitari locali sono state molteplici. Tra gli americani ci sono stati un ambasciatore, un comandante Operativo delle Forze di coalizione in Iraq, un Comandante Generale TAD di USACE. Non menziono poi le visite della stampa e della televisione, sia internazionale che della RAI. E per fortuna che alcune volte siamo riusciti a lasciare le incombenze di buona ospitalità al nostro cliente iracheno e agli americani di USACE, altrimenti avremmo dovuto avere in cantiere un addetto alle pubbliche relazioni a tempo pieno. Un altro aspetto certamente peculiare di questo progetto è stata la profonda interazione che abbiamo sperimentato con l’esercito italiano. Possiamo dire che Trevi e le Forze Armate tricolori hanno lavorato giornalmente fianco a fianco per la buona riuscita del progetto. Il campo che abbiamo costru-
ito appositamente per questo progetto alloggiava allo stesso tempo sia i nostri tecnici che i militari italiani. Condividevamo la mensa, il bar, la mini-cappella, la sala giochi: quante memorabili sfide al tavolo di ping-pong e ai biliardini, Trevi contro esercito. Da ricordare che nel torneo ufficiale internazionale di pallavolo con squadre americane, dell’esercito italiano, di Trevi e dei subappaltatori, Trevi ha prevalso … almeno così narra la leggenda. Non in tutti i cantieri possiamo dire di aver assistito dal vivo ad una parata ufficiale della fanfara di una unità di bersaglieri. Abbiamo potuto constatare da vicino quanto i bersaglieri davvero vadano di corsa e quanto i parà amino la palestra. Posso dire, comunque, che i diversi contingenti che si sono succeduti di bersaglieri, alpini, fanti e paracadutisti hanno tutti dato prova di estrema professionalità, preparazione e rigore, uniti ad una disponibilità davvero encomiabile. Ci sono stati giorni difficili: soprattutto nei primi mesi, con il campo in costruzione e con una vera guerra in corso nelle vicinanze, con la linea del fronte che
distava solo 14 km dalla diga, la preoccupazione era tanta. Il 5 ed il 15 ottobre 2016 dei razzi hanno colpito l’area della diga. La notte era normale sentire distintamente il rombo degli aerei e gli scoppi degli ordigni in lontananza. I droni partivano e atterravano vicino a noi. In quel periodo, praticamente tutti i giorni l’unica strada di collegamento con Erbil e Dohuc veniva colpita dai mortai dell’Isis. In almeno un paio di occasioni l’esercito ha sventato preventivamente possibili interventi dei cattivi: un po’ per fortuna e molto per bravura dei militari, non è mai accaduto nulla di spiacevole né al nostro personale né ai nostri militari e ora possiamo solo citare i ricordi piacevoli. Come ad esempio la giovane dottoressa siciliana che faceva parte del primo contingente: alla luce della sua avvenenza e della sua innata simpatia abbiamo dovuto espressamente proibire al nostro personale di presentarsi con ragioni più o meno pretestuose per una visita medica direttamente all’infermeria dei militari. Tassativamente, ogni raffreddore o mal di schiena poteva essere curato solo alla nostra clinica, dove purtroppo il dottore, seppure competente, non poteva certo competere in fascino con il tenente medico Caterina. Non ci siamo fatti mancare niente: oltre alla guerra con l’Isis, con la battaglia di Mosul ufficialmente (ma solo sulla carta) conclusasi a luglio del 2017, abbiamo vissuto in prima persona ad ottobre 2017 il passaggio del controllo della diga dal governo curdo a quello di Baghdad. In una mattina si sono ritirati i Peshmerga curdi e sono arrivate le forze speciali di Baghdad: si può ben immaginare quali e quanti problemi ci sono stati in quel periodo, anche solo per riallacciare nuovi rapporti con differenti responsabili. Per sei mesi poi, a cavallo tra 2017 e 2018, a causa dei contrasti in atto tra Baghdad ed il Kurdistan dopo il referendum per l’indipendenza curda del 25 settembre 2017, tutti i collegamenti aerei con Erbil – che noi usavamo regolarmente – sono stati cancellati. In quel periodo i viaggi da e per l’Europa hanno dovuto prevedere perciò un lungo e periglioso tragitto per attraversare in auto il confine turco e per raggiungere il più vicino aeroporto in Turchia. Vi lascio immaginare cosa significhi – a livello logistico e di sicurezza – dover attraversare all’alba il confine Iraq-Turchia di Zako, insieme a file interminabili di camion, autocarri ed auto, con i doganieri che non sono certo da portare ad esempio per solerzia e simpatia: una esperienza non certo augurabile agli amici. E’ doveroso almeno un accenno a tutto il personale che ha lavorato, per periodi più o meno lunghi, a Mosul. Soprattutto all’inizio, in verità, non è stato semplice trovare “volontari” che fossero disponibili ad andare a lavorare e a vivere nel bel mezzo di un teatro di guerra. Nonostante la presenza dei nostri militari, soltanto alcuni tra i molti a cui venne inizialmente fatta la proposta acconsentirono. Ciononostante, siamo riusciti ad assemblare una squadra veramente eccezionale, che ha saputo sempre ge-

stire al meglio i piccoli e grandi problemi tecnici, contrattuali, ambientali e “di vita” che tutti i nostri cantieri nel mondo – e specialmente questo – si portano dietro. Abbiamo avuto contemporaneamente sul progetto fino a 700 persone che lavoravano direttamente per Trevi, di 18 diverse nazionalità. Oltre a 500 iracheni, a dicembre 2017 eravamo in 70 tra europei e nordamericani e 120 tra indiani, filippini, malesi, turchi etc. Grandi numeri. Le riunioni tecniche del venerdì erano veramente affollate. E’ difficile per me citare solo qualche nome: ce ne sarebbero troppi che meriterebbero certamente una menzione e correrei il rischio di dimenticarmi di molti. Voglio però fare un’eccezione per due persone che sono state parte integrante del progetto e che sono venute per lunghi periodi a Mosul Dam: Raffaella Granata ed Elisa Montalti. Tutti noi sappiamo bene quanto il nostro ambiente di cantiere sia un po’ refrattario ad accogliere le quote rosa e come l’integrazione non sia sempre facile per le nostre colleghe. Raffaella invece ha gestito alla
grande in prima persona la responsabilità di tutta la parte tecnica e – lasciatemelo dire – ha impartito grandi lezioni di drilling and grouting sia a USACE che agli iracheni. Elisa invece, con il suo approccio diretto e molto romagnolo, ha saputo coordinare tutta la parte di costruzione del campo. Non è stato facile per lei destreggiarsi tra le richieste pressanti dei militari, le lungaggini del nostro progettista, l’inadeguatezza qualche volta delle imprese subappaltatici e le lamentele dei colleghi che ci vivevano. Scherzando – ma neanche troppo – si diceva che quando Elisa entrava in riunione a Mosul sia i militari italiani che quelli USA scattavano immediatamente sull’attenti. Anche i responsabili iracheni hanno subito imparato ad apprezzarla. Mi ricordo bene quando Alessandra Trevisani, in corridoio a Cesena, un giorno mi bloccò per chiedere se era proprio necessario mandare la “povera” architetto Montalti in missione nell’Iraq in guerra. Ed Elisa invece, dietro le sue spalle, che mi faceva grandi segni annuendo … il richiamo del cantiere ha prevalso. Abbiamo anche cercato per quanto possibile di aiutare i bambini del villaggio vicino al nostro campo. Con il contributo di Trevi, grazie soprattutto all’intervento di Gianluigi Trevisani e di Stefano, e attraverso la vendita di gadget del progetto (con l’immancabile mega-tazza con il logo della diga), siamo riusciti a racimolare i fondi necessari per rimodernare completamente una scuola elementare e per costruire un nuovo campo da calcio. Potrei andare avanti a narrare aneddoti ancora a lungo, come quella volta che la Santa Messa domenicale è stata celebrata da un cappellano americano che indossava paramenti grigioverdi con la stola ad effetto mimetico. Oppure quella sera alla pizzeria del campo quando un coro improvvisato di paracadutisti, guidato dal comandante, ha cominciato ad intonare le canzoni del reggimento e ha continuato con una gara di flessioni sulle braccia … tutti ricordi intensi. E’ stato davvero un cantiere fuori dal comune.
… io non ho vissuto direttamente i cantieri, ma ho partecipato alle vostre storie attraverso i racconti, gli archivi fotografici, le referenze di cantiere, sempre cercando di carpire qualche aneddoto o qualche vicissitudine tecnologica importante. Molto spesso ho chiesto a qualcuno di voi – soprattutto in Soilmec come fosse la vita in azienda e sui cantieri nei periodi più importanti e partecipativi del signor Davide, ho sempre ottenuto in cambio aneddoti e racconti che un giorno mi piacerebbe riportare da qualche parte, perché non vadano persi. Da tutti ho raccolto però un unico denominatore “era una famiglia”, “si lavorava bene … si lavorava tanto e si sudava parecchio ma si trovava sempre il tempo di scherzare” . Piergiorgio Balestra

Ho pensato quindi che questo ripercorrere le vostre storie è un viaggio, in cui ho visto incanutirsi i capelli di tutti quei giovani, me compreso ormai. Un viaggio lungo una vita, quella del nostro fondatore e della sua famiglia, lungo una strada, la via Emilia che attraversa la nostra terra generosa e ricca di talento e di carattere, con una meta precisa… diventare un punto di riferimento del settore e una risorsa per l’economia locale. Un percorso che ha avuto ed avrà ancora – speriamo – tanti compagni di viaggio appunto, ed è proprio attraverso le loro storie – che sono state raccolte e le molte altre che via via lo saranno – che vogliamo raccontarlo. Speriamo di aver raggiunto il risultato che ci eravamo prefissato, raccontare tante storie per raccontarne una sola.

