Trevi Holding

Memorie di cantiere

Dighe & Tecnologie varie

Maurizio Siepi · 1975–2006

Dighe & Tecnologie varie

1975 – 2006 Ho avuto la fortuna di entrare in TREVI nell’86, lo stesso anno in cui mi sono sposato. Per 8 anni sono stato in giro per l’italia in cantieri stimolanti che mi hanno dato l’opportunità di apprendere i rudimenti di varie tecnologie, e sviluppare progressivamente la passione per questo lavoro: Presenzano con Vanni e Rigoni (jet grouting triplo fluido), poi Susa con Zanchini (micropali, infilaggi, tiranti, jet grouting, pali battuti, iniezioni: un po’ di tutto), poi Val d’Aosta con Acerbi e Minotti (infilaggi e jet grouting), poi Torino Lingotto (micropali) e Quarto di Sarsina (jet grouting). Infine un paio di incursioni in Francia per una collaborazione tecnica in cantieri di jet grouting. In tutte queste esperienze ho capito l’importanza dell’amalgama che viene a crearsi tra i vari attori presenti sul palcoscenico del cantiere: il capocantiere ha la responsabilità delle decisioni, ma il lavoro lo fanno le maestranze, che spesso sanno meglio del capocantiere come devono essere fatte le cose. Senza il sostegno, la fiducia e la convinzione delle maestranze, le decisioni prese dal capo cantiere sono destinate a fallire. La fiducia e soprattutto la stima reciproca dei componenti del gruppo sono essenziali per riuscire a creare qualcosa di valido e qui sta la differenza fra autorità e autorevolezza Dopo le esperienze in cantiere, sono stato chiamato a fare parte dell’ufficio tecnologico, creato pochi anni prima da Federico Pagliacci. In questa veste di “esperto” ho avuto modo di partecipare alla preparazione di varie gare, per progetti dai quali ho tratto grande soddisfazione: Torre di Pisa, Bibliotheca Alexandrina, W.F.George, Wolf Creek, Arapuni Dam, Diavik Mine, Mosul Dam, …. Una serie di esperienze che considero come le tappe di un bel cammino, in cui ogni tappa rappresenta un’esperienza che prepara a quelle successive. A questo proposito mi ha fatto molto piacere durante il festeggiamento dei 50 anni di Trevi, ricordare alcuni dei cantieri più importanti, di cui ho fatto parte. Sono tutti cantieri per i quali ancora oggi mi commuovo, nel ricordarne i momenti di lavoro comune. Tra questi, uno dei cantieri che ricordo con maggiore piacere è quello di W.F. George Dam (una delle JV tra TREVI-RODIO), in cui da varie discussioni sulla tecnologia più adatta fatte con Quarantini e Bondanini è nata l’idea di costruire una paratia di pali secanti in acqua, profonda 60 metri di cui 30 in acqua: probabilmente è ancora l’unica paratia di pali secanti in acqua mai costruita. Più tardi con Pedrelli e Biserna si è messa a punto l’idea per la costruzione del telaio: semplice (forse banale come dice Pedrelli) ma estremamente funzionale, visto che senza quello non si sarebbe fatto il lavoro. L’idea è stata poi discussa e perfezionata anche assieme ai tecnici di Rodio

(Crippa, Fallini, Leoni), e successivamente assieme ai tecnici in cantiere (Ferber, Valagussa, Panunzi, etc.) che hanno sposato e interpretato l’idea, adattandola ai problemi incontrati di volta in volta, modificando i telai o inventandone di nuovi, per il taglio del lock e la sua ricostruzione, per l’attraversamento del muro di ritegno, etc. La competenza del personale di cantiere è stata essenziale per portare a termine con successo il cantiere, così come la loro fiducia nel lavoro di preparazione fatta nelle fasi preliminari dai tecnici di sede, tra i quali vanno annoverati anche Daniele Fallini, Carlo Crippa, Fabrizio Leoni e Augusto Cioffi di Rodio. Il taglio dei muri di guardia della chiusa (in calcestruzzo massiccio, alti 30 metri) fu eseguito con la fresa guidata da tubi spalla, anche questa un’operazione piuttosto ardita. La stessa soddisfazione l’ho provata più tardi con il cantiere di Arapuni, in Nuova Zelanda. Un piccolo cantiere, in una zona remota dell’isola del Nord, in cui occorreva installare una paratia di pali secanti a profondità 90 metri, partendo dalla cresta diga in calcestruzzo, per bloccare le infiltrazioni che minavano la stabilità della diga. Nonostante le evidenti difficoltà anche logistiche, Stefano Trevisani era convinto che questo cantiere avrebbe potuto essere un’occasione per provare soluzioni da usarsi anche in altre occasioni. La soluzione da noi proposta è stata l’installazione di pali secanti di 400mm di diametro, con interasse 300 mm … a 95 m di profondità!

In questo caso fu essenziale l’esperienza sulle perforazioni direzionate acquisita nel cantiere di Napoli Metropolitana (Piazza Garibaldi), e quella sulla perforazione a circolazione rovescia di W.F. George, per immaginare un sistema di perforazione di fori contigui e continui. Anche qui, la competenza e l’inventiva di Pedrelli e Biserna sono stati di enorme supporto, assieme ad Alessandro Ditillo per la messa a punto di alcuni particolari. In sostanza furono eseguiti una serie di setti costituiti da pali secanti eseguiti in sequenza a partire da un foro di guida, e sfruttando le cuspidi come guida per i fori successivi. Una volta terminata la sequenza di perforazione di 6 pali secanti, veniva poi gettato il “pannello”. L’ultimo palo costituiva il primo palo del pannello successivo. Il cantiere fu seguito per TREVI da Marco Lucchi, con l’aiuto di Agostino Neri, Balzani e Diamanti per la parte operativa. La referenza del lavoro di Arapuni ci ha successivamente consentito di acquisire in JV con Soletanche il cantiere di Wolf Creek, probabilmente il più grosso contratto mai preso da TREVI finora (400 milioni USD a fine lavoro). La diga

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era stata classificata da USACE (Genio militare USA) come quella a maggiore rischio di crollo tra quelle in loro gestione. La presenza di una serie di doline carsiche metteva a rischio la stabilità della diga. Nonostante nel corso di 50 anni dalla costruzione fossero stati eseguiti vari interventi di riparazione, persisteva una infiltrazione profonda che provocava altri crolli a valle dello sbarramento. La resistenza di picco di 220 MPa della roccia e la presenza delle caverne e dei pinnacoli della zona carsificata rendeva il lavoro estremamente difficile e rischioso. Sulla scorta dell’esperienza di Arapuni, abbiamo individuato la soluzione ideale in una serie di operazioni semplici e ripetute in una sequenza logica e senza mettere a rischio la sicurezza della diga, sfruttando i fori pilota fatti con la perforazione direzionata e la circolazione rovescia per eseguire pali secanti. Dopo avere eseguito un muro di protezione in calcestruzzo, venivano eseguiti fori pilota di precisione, a partire dai quali venivano eseguiti i pali secanti. Sono stati eseguiti circa 1200 pali secanti, con una deviazione media di 10 cm a 80 metri. Durante il picco di produzione erano presenti in cantiere 2 idrofrese, una

gru con benna, 2 macchine da pali, 5 perforatrici a circolazione inversa e 5 perforatrici da piccolo diametro Penso spesso come i cantieri somigliano in fondo a dei concerti: un compositore elabora uno spartito che viene eseguito da musicisti, dal vivo. Perché il cantiere raggiunga i risultati sperati ci deve essere una combinazione ottimale fra qualità della musica, qualità dei musicisti e degli strumenti che vengono messi a loro disposizione dall’impresario. In particolare, penso che i cantieri TREVI ai quali ho avuto il piacere e l’onore di collaborare somiglino a concerti di musica jazz piuttosto che sinfonie di musica classica. Qui il motivo immaginato dall’autore deve essere prima capito e poi interpretato dai musicisti. Ogni musicista deve avere la possibilità di fare il suo assolo, la sua improvvisazione sul tema, non per mettersi in mostra a discapito degli altri, ma per dare il proprio contributo alla riuscita del pezzo. Per il piacere che ho provato, e per i ricordi che mi suscitano i cantieri ai quali ho collaborato, penso con ammirazione al coraggio (a volte incoscienza?) manifestato dall’”impresario” nel mettere in cartellone gli “spettacoli” immaginati dai collaboratori, credendo ogni volta nella validità dello spartito e individuando l’ensamble musicale in grado di interpretarlo.

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