Memorie di cantiere
La diga di Pequenos Libombos, Mozambico
Aurelio Leonetti e Colombo Biserna · 1983–1986

“ La diga di Pequenos Libombos” Colombo Biserna Aurelio Leonetti
Maputo – Mozambico 1983 – 1986
Nel 1982 mi trovavo in Nigeria per un periodo di formazione/avviamento alla posizione di responsabile amministrativo di succursali estere. Verso fine anno mi chiamò il dott. Caporali per dirmi di prepararmi a rientrare in sede perchè a metà 1983 sarei dovuto partire per il Venezuela per assumere la responsabilità del nuovo incarico presso una commessa molto importante. L’ampliamento del porto di Maracaibo. Il caso volle che il tender, non ricordo per quale motivo, fu cancellato. Nel frattempo la Trevi aveva acquisito in Mozambico il subappalto delle fondazioni di due dighe. Pequenos Libombos e Corumana situate nel sud del paese rispettivamente a 40 e 100 km dalla capitale Maputo. Erano entrambe finanziate dal governo italiano nell’ambito degli aiuti ai paesi in via di sviluppo. I Main Contractors, e quindi i nostri clienti, erano rispettivamente una j.v. CMC-Italstrade e la Co.bo.co un consorzio tra Condotte d’Acqua, Bonifica ed un ragguppamento di cooperative emiliane. Andando per ordine di tempo, attacco il racconto partendo da Pequenos Libombos. Essendo l’inizio dei lavori previsto contrattualmente per la metà del 1983 ebbi tempo per studiare in sede i documenti contrattuali e per apprendere i rudimenti del portoghese, la lingua ufficiale delle due commesse. Il contratto era del tipo “sotto casco” nel senso che il cliente avrebbe dovuto farsi carico di una serie di servizi quali l’amministrazione del nostro personale, lo sdoganamento e trasporto in cantiere delle nostre attrezzature ed in generale i rapporti con gli enti pubblici. Ho usato l’espressione “avrebbe dovuto” perchè in piu’ di una occasione dovemmo intervenire per evitare ritardi sul programma lavori. Brevi note sul progetto e sul nostro scope of works. La diga era “multipurpose” nel senso che doveva adempiere a varie finalità. Le principali erano quelle di regolare le piene del fiume Umbelusi e di rendere fertile, tramite uno schema di irrigazioni, una vasta area a valle della diga. Ma anche quelle di porre rimedio ai frequenti black out ed alla carenza di acqua potabile di cui soffriva la capitale. Erano infatti previsti una piccola centrale elettrica ed un impianto di potabilizzazione. A compimento la diga avrebbe avuto un’altezza di 46 metri ed era formata da un terrapieno composto da terra e calcestruzzo. I nostri lavori consistevano nella costruzione di uno schermo di impermeabilizzazione della diga tramite perforazioni ed iniezioni di miscela cementizia. Periodo per il completamento dei lavori 36 mesi; quindi metà gugno 1986. I mesi trascorsi in sede mi videro impegnato a studiare i contratti ma anche preoccupato al pensiero che mi sarei trovato, per la prima volta, responsabile amministrativo di due commesse in un paese tutto da scoprire in quanto la Trevi non vi aveva mai messo piede. Manifestai tale timore al mio diretto superiore, il compianto Beppe Di Meglio. Beppe cercò di rasserenarmi dicendomi di contare su di lui. Andò a finire che mi accompagnò nel primo viaggio e dopo una settimana in cantiere mi salutò “in bocca al lupo fatti onore”.

Nell’arco di tre anni lo rividi in cantiere non più di 3-4 volte. Ricordo quel primo viaggio. Metà giugno 1983 volo Parigi-Maputo, con sosta a Lisbona, con un DC-8 della LAM – Linhas Aereas Mozambicanas – che aveva un accordo di assistenza tecnica con Air France. Furono 8 ore interminabili, con l’aereo che non la smetteva di ballare e con il povero Beppe a sudare per il caldo e ad imprecare per la precarietà del posto a sedere. All’aeroporto di Maputo ci attese una vettura della CMC che ci condusse al loro ufficio logístico di Maputo. Li’ conoscemmo la responsabile, la signorina Katia (gentile nonchè bella) figlia di un bertinorese riparato in Mozambico per certi avvenimenti post-bellici. Giunti in cantiere, Beppe mi presentò al management amministrativo di CMC che già conosceva. La D.ssa Elide Franceschelli ed il suo braccio destro Claudio Conficconi. La presentazione che fece Beppe fu singolare. Lasciò praticamente intendere che ero alle prime armi per cui avrebbero dovuto avere pazienza. Venuti a conoscenza della mia età (avevo già 36 anni) mi guardarono un attimo perplessi poi dissero “di pazienza ce nè poca e di tempo ancora meno per cui dovrà darsi una mossa”. Un chiaro messaggio su quella che sarebbe stata la loro interpretazione del sotto casco. Nei primi tempi i rapporti non furono facili. Essendo alla prima esperienza ero molto rigido nell’applicazione delle norme contrattuali. Non passava giorno senza che mi recassi nei loro uffici, contratto alla mano, per sollecitare quei servizi che avrebbero potuto ritardare. La Franceschelli, quando mi vedeva arrivare, si metteva al telefono facendomi segno di non avere tempo. Per fortuna dopo alcuni mesi fu richiamata a Ravenna e venni poi a sapere che era partita per il Nepal per disintossicarsi dallo stress patito in cantiere. Claudio diceva, scherzosamente, che era colpa mia. Subentrato nel ruolo di capo amministrativo uno dei primi giudizi sul mio conto fu “per essere un apprendista sei un bel rompicoglioni”. Era un bel personaggio, dalla stazza imponente, molto benvoluto dalla sua gente. Da buon romagnolo era una buona forchetta. Colombo mi ha ricordato di una cena a casa sua con Claudio ed il sottoscritto invitati. Menu a base di strozzapreti pasticciati e secondi tipici romagnoli. L’ospite ravennate diede il meglio di sè per la soddisfazione della Ida, moglie di Colombo all’altezza in cucina delle migliori “azdore” romagnole. Dopo questa introduzione mi riesce difficile, a distanza di 40 anni, continuare con un racconto organico dei ricordi. Userò pertanto il metodo del frazionamento del racconto in capitoli. Il primo è dedicato ai colleghi.
Come già ricordato fui il primo ad arrivare in cantiere con Beppe di Meglio. Qualche giorno dopo arrivò il primo gruppo operativo per la campagna dei sondaggi. Comprendeva il Dott. Nevio Favaro responsabile dei lavori; il meccanico Poletti ed alcuni specialisti di piccola perforazione tra i quali ricordo Specia, Savaris e Cassinelli. Ad essi si aggiunsero, a misura dell’avanzamento dei lavori, altri specialisti provenienti quasi esclusivamente da due province. Belluno e Piacenza. Si formarono quindi due clan, quello dei Bellunesi e quello dei Piacentini. Al primo aderivano, oltre ai citati Specia e Savaris, i fratelli Tisat, i Davanzo padre e figlio e Boldrini. Al secondo, oltre al citato Cassinelli, Cavalli e Zanella. Tutti di provenienza Fondisa. Tra I due clan nacque una simpatica competizione che aveva come oggetto del contendere la grappa. Quale delle due fosse la migliore. I piacentini erano ovviamente soccombenti e per reggere il confronto la mettevano sul piano storico/ culturale. E guai a rientrare dalle ferie senza una bottiglia. La scusa del sequestro da parte dei doganieri non reggeva. Anzi peggiorava la situazione del malcapitato che veniva accolto a suon di “ti gsè un mona”. Se sulla grappa i due clan erano divisi, erano invece uniti nelle lamentele per gli alloggi forniti dal cliente. Il campo era in fase di ultimazione e le prime unità abitative furono assegnate al personale del cliente. Noi fummo temporaneamente alloggiati in un dismesso casermone militare. Dormivamo tutti, Favaro ed il sottoscritto
compresi, in un unico stanzone. Spettava all’iniziativa del singolo proteggere la propria privacy cercando di isolare la branda con mezzi di fortuna. Ricordo che il buon Savaris appese un lenzuolo ed un telo da bagno, fotografò la branda ed i brandelli e spedi’ la foto al dott. Belloni, responsabile in sede della commessa, con un messaggio “cosi la Trevi tratta la sua gente all’estero“. Dopo un paio di settimane fummo trasferiti al campo. Come già accennato, la Trevi si aggiudicò anche le fondazioni della diga di Corumana. Data la vicinanza dei due cantieri e le similarità contrattuali il sottoscritto e Favaro furono designati, ciascuno per le proprie competenze, responsabili di entrambi. Anche il contratto di Corumana era sotto casco e il periodo contrattuale lo stesso di PL (3 anni). E siccome a Corumana la partenza dei lavori era prevista 8 mesi dopo PL i due cantieri, a conti fatti, si sovrapponevano per quasi 2 anni. Si rese pertanto necessario sgravare Favaro da compiti prettamente di cantiere. Furono quindi selezionati due capo-cantieri. A metà luglio arrivò a Pequenos Libombos Colombo Biserna e dopo qualche mese Piero Piazza a Corumana. Accadde poi che Favaro ebbe degli screzi con il Dott. Belloni e fu richiamato in Italia. A quel punto i due capo-cantieri divennero responsabili delle loro commesse riferendo direttamente al Dott. Belloni. Reduci da altre esperienze all’estero si adattarono velocemente alle nuove mansioni. Colombo ebbe all’inizio la vita più dura per avere a che fare con una Direzione Lavori franco-brasiliana molto ostica. In particolare per i brasiliani affetti da megalomanía perchè convinti di essere i migliori al mondo nel campo della ingegneria idraulica per avere costruito la diga di Itaipu’.

Scontato il periodo di naia al casermone ci furono assegnati gli alloggi al campo espatriati. Essendo destinato a fine lavori ad essere consegnato all’ente appaltante per alloggiare i tecnici preposti al monitoraggio e manutenzione della diga, era stato progettato secondo criteri che ne garantissero la durata per diversi anni. Ma non mancarono le lamentele degli scapoli (personale senza famiglia al seguito)
per la tipologia dell’alloggio a loro assegnato. Lamentele legittime; dal casermone alle casermette. Due caseggiati in muratura suddivisi in camerette con bagno. Le dimensioni erano tali che il solo letto ne occupava un buon terzo. Vi lascio immaginare quelle del bagno. Quelli del personale con famiglia (o scapoli a livello dirigenziale) erano invece di buona fattura. Villette prefabbricate con giardino per il top management e appartamenti a schiera, sempre prefabbricati, per gli altri tra i quali il sottoscritto. Il campo era dotato di una serie di servizi per far fronte alle necessità di una comunità, donne e bambini compresi, che avrebbe dovuto viverci, nel caso di famiglie, per 10 mesi e mezzo. E senza la possibilità di uscire se non sotto scorta armata come spiegherò in seguito. Disponeva di un supermercato con prodotti locali ma sopratutto italiani e sudafricani. Poi un piccolo ospedale diretto da un giovane medico italiano coadiuvato da personale mozambicano. In caso di emergenza c’era un servizio di ambulanza per l’ospedale di Maputo dove, a fianco del personale sanitario locale, operavano medici cubani. Per i casi più critici era previsto il trasporto in elicottero al vicino Sudafrica. Fortunatamente non ce ne fu bisogno. E vi era anche la scuola elementare e non ricordo se anche quella media. Il maestro era un certo Gimelli, ex gloria sportiva romagnola avendo giocato come portiere nel Ravenna e nel Forli’. Memore del suo passato sportivo aveva ricavato da un’aula inutilizzata una mini palestra molto frequentata dalle signore del campo. Altra facility era il Club. Nulla di trascedentale ma sufficiente ad accogliere a fine giornata, tra un grappino e l’altro, gl sfoghi dei cantieristi, quasi sempre rivolti alla Direzione Lavori. Nei fine settimana era frequentato anche dalle famiglie. Il passatempo preferito era il majon, un gioco cinese molto popolare nel Ravennate. Uno strano connubio tra Ravenna e la Cina chissà di quale origine. Poi la mensa. Costruita per gli scapoli ma accessibile, a pagamento, anche alle famiglie. Era diretta da un bravo cuoco italiano che faceva largo uso di prodotti italiani. E Colombo ricorda che in tavola veniva servito un Sangiovese della tenuta Zerbina. Eppure le lamentele, a torto o ragione, non mancavano. Ma chi ha esperienza di cantiere sa che il cibo è sempre stato, con l’alloggio, la classica valvola di sfogo dei cantieristi. Io vi consumavo regolarmente i tre pasti giornalieri. Ma chi conosce i miei gusti culinari sa che non faccio testo. Diciamo che non sono mai stato di palato esigente.
L’alluvione e la guerriglia

La vita al campo fu scossa da due avvenimenti. Un’alluvione del fiume Umbeluzi e la guerriglia tra la Frelimo (partito al governo di ispirazione marxista) e la Renamo (movimento di opposizione finanziato dal Sudafrica). L’alluvione avvenne nel primo periodo delle piogge che nell’emisfero australe si concentra nei mesi estivi. Ricordo come ci facevamo beffe del fiume Umbeluzi sul quale la diga andava costruita. E quella pisciatina – i commenti piu’ frequenti – dovrebbe creare un invaso di milioni di metri cubi d’acqua? Mai scherzare con la natura. È permalosa e vendicativa. Era quindi un fine estate del 1984. Pioveva da alcuni giorni e il fiume cominciò a gonfiarsi. In previsione del peggio si misero in salvo le attrezzature di cantiere. Ma non tutte. Per alcune perforatrici e pompe di iniezione che si trovavano in alveo nello scavo dell’impronta della diga non ci fu tempo. E quando le piogge aumentarono di intensità finirono sott’acqua. Insieme alla CMC fu preparato un claim assicurativo che ebbe, faticosamente, buon esito. Al campo ci si preparò per evacuare le famiglie. Noi ne avevamo un paio. Quando il fiume esondò non si limitò ad allagare il cantiere e le aree circostanti ma arrivò fino al campo nonostante si trovasse in zona collinare. La zona degli scapoli, situata nella parte più bassa, finì sott’acqua. Il campo rimase completamente isolato perchè uno dei pochi ponti sulla strada per Maputo crollò. Per andarci ci si serviva di un elicottero.
Con i lavori sospesi ed il campo isolato si diede attuazione al piano di evacuazione. Oltre alle famiglie anche di un buon numero di scapoli. Il ritorno alla normalità richiese quasi 5 mesi nonostante l’abnegazione dei pochi rimasti per riparare i danni e per ripristinare condizioni di lavoro decenti. Presentammo ovviamente richiesta di estensione dei termini di consegna dell’opera. Un altro fattore di preoccupazione per la sicurezza del cantiere e del campo era la guerriglia in atto tra la Frelimo e la Renamo. Le due fazioni erano state unite durante la lotta di liberazione dal Portogallo. Ottenuta l’indipendenza una parte dei suoi dirigenti rifiutò la scelta marxista del presidente Samora Machel e fondò la Renamo. I dissidi sfociarono presto in conflitto armato fomentato da un lato dal regime sovietico e dall’altro da quello sudafricano. Inizialmente il confronto era limitato al nord del paese ma poi si estese al centro ed anche al sud. Praticamente in tutto il paese. In tale contesto si temeva che la Renamo potesse considerare la diga e il campo obbiettivi da colpire in quanto opere governative. Fu dichiarato il divieto di uscire dal campo dopo le 16.00 ma, nonostante la sensazione di essere circondati e spiati, non successe nulla di grave a parte l’eco di qualche colpo caduto lontano ed i traccianti dei razzi lanciati dalle basi dei ribelli. Della guerriglia in corso ci si rendeva più conto quando capitava di andare a Maputo. Durante il tragitto era frequente incrociare colonne di militari della Frelimo in mezzo ai quali, facilmente riconoscibili, agenti russi e cubani consulenti del governo. L’unico grande spavento accadde una notte. Era il 1985, d’inverno perchè ricordo che faceva freddo. Mi trovavo nella sala di lettura del club. Era quasi mezzanotte ed ero rimasto da solo con il barista. All’improvviso un boato scosse le pareti della sala e mandò in frantumi i vetri. Spaventato, mi precipitai all’aperto dove, in un attimo, si formarono cappanelli di residenti che avevano abbandonato di corsa l’alloggio. In preda allo spavento la maggioranza decise di passare la notte all’addiaccio. I piu’ coraggiosi dopo un pò rientrarono in casa seguiti da altri fino a quando tutti cedettero al richiamo di un letto caldo. Ma non so quanti riuscirono a riprendere sonno. Fu avviata subito un’inchiesta dalla quale emerse che il boato era stato provocato da un ordigno sparato probabilmente da una base distante qualche chilometro. Caduto, e ritrovato, nei pressi del campo . Non si escluse la probabilità di un errore perchè nelle vicinanze c’era un posto di guardia della Frelimo. Nei giorni successivi non accadde nulla pur permanendo un comprensibile clima di tensione. Numerose famiglie non erano piu’ rientrate dai tempi dell’alluvione e ciò facilitò il ritorno alla normalità.
Le restrizioni di movimento rendevano monotona la vita al campo sopratutto per un soggetto irrequieto quale il sottoscritto. Quando dovevo andare a Maputo ero obbligato a richiedere la scorta militare della quale avrei fatto volentieri a meno perchè poteva costituire un bersaglio per i ribelli. Ragion per cui una volta in città cercavo di seminarli. Capitava anche di dover andare nel vicino Sudafrica dove avevamo un c/c bancario. Quindi per andare in banca ma anche per acquisti di emergenza di ricambi delle attrezzature per i quali non c’era tempo per organizzare una spedizione dall’Italia. Siccome ero tra i pochi a cavarmela con l’inglese e c’era di mezzo la banca toccava a me. La meta era Nelspruit, una cittadina ad un centinaio di chilometri dal cantiere. Si trovava al centro di un bacino minerario per cui era abbastanza facile reperire i materiali che ci servivano. Avevo in dotazione un vecchio modello della Volvo con la guida a destra. Per compiacere i turisti sudafricani che rappresentavano un’importante fonte di reddito per l’economia del paese, all’epoca coloniale i portoghesi adottarono il loro tipo di guida. Non fu pertanto un problema guidare in Sudafrica
con la guida a destra perchè già abituato in cantiere. Sebbene il Mozambico avesse una lunghissima frontiera col Sudafrica per arrivare a Nelspruit conveniva passare dallo Swaziland, una piccola monarchia parlamentare incastonata tra i due paesi e rinomata per le bellezze naturali e la ricchezza del folklore. I tempi ristretti non mi consentivano di vedere piu’ di quello offerto dal tragitto ma era sempre piacevole passare dalle aride terre mozambicane a quelle verdeggianti dello Swaziland. Entrato in Sudafrica la strada per Nelspruit fiancheggiava, per alcuni tratti, il Kruger Park. Ricordo il primo, tragicomico viaggio. All’uscita da un negozio trovai una multa nel parabrezza per divieto di parcheggio. Siccome dovevo andare in banca la pagai li’. All’uscita dalla banca trovai un poliziotto che mi aspettava. Senza preamboli mi fece segno di seguirlo. Ovviamente in caserma. Li’ mi sottoposero ad un interrogatorio di quarto grado. Chi ero, cosa facevo a Nelspruit, dove ero stato ecc… Ottenute le risposte e convinti della loro genuinità mi mostrarono un cartello con un ammonimento “questo è un segnale di divieto di parcheggio in Sudafrica ficcatelo bene in testa”. Era simile al nostro ma la l’ansia del primo viaggio ed il timore di non farcela a rientrare prima dell’imbrunire mi giocarono un brutto scherzo. Alla fine feci non piu’ di 2-3 viaggi perchè per quel servizio trovammo un portoghese residente a Nelspruit. Le operazioni bancarie si fecero per fax o teléfono. Ma sono sicuro che a questo punto vi stiate chiedendo: usciva dal campo senza scorta, attraversava due frontiere, entrava in Sudafrica…e la Renamo? Domanda legittima. Sembrerà strano, ma nessuno di noi ha mai incontrato rappresentanti della Renamo in quel percorso. L’addetto agli acquisti della CMC faceva quel viaggio da tempo senza avere incontrato alcun problema. Mi affidai alla cabala senza pensare al detto che c’è sempre una prima volta. Altra opportunità di evasione mi fu data quando fummo incaricati da Cesena di consegnare un’offerta per una diga in Lesotho direttamente negli uffici dell’ente appaltante a Maseru, capitale del paese. Il Lesotho è una piccola monarchia parlamentare come lo Swaziland ma molto piu’ povero. Si trova all’interno del Sudafrica, nella parte sud-orientale, ed è circondato da montagne che arrivaqno oltre i 3.000 metri, le piu’ alte dell’emisfero australe. La stessa Maseru si trova a 1600 metri di altitudine. La popolazione si dedica quasi esclusivamente alla pastorizia e a quel pò di agricoltura che la natura montagnosa del territorio consente. Ma il paese disponeva di una grande risorsa. Quella conosciuta come “White Gold” ovvero la grande quantità di acqua per i numerosi fiumi che scendendo dalle montagne l’attraversavano. E siccome la regione sudafricana limitrofe -l’Orange State- necessitava di acqua si raggiunse un accordo per cui il Lesotho vendeva ai sudafricani l’acqua eccedente le proprie necessità. E già si progettava di vendere anche parte della energía elettrica che sarebbe stata prodotta all’entrata in funzione di una serie di dighe tra le quali quella oggetto della nostra offerta. Il viaggio di ritorno al campo fu piu` agevole di quello di andata perchè scelsi il tragitto piu’ cómodo, anche se piu’ lungo. La strada costiera che attraversava il Natal, la regione degli Zulu’. Anche i 1600 metri di dislivello di Maseru non furono un problema nonostante guidassi un pachiderma. Buon asfalto e ampi tornanti.
Nel frattempo la lavorazione dei sondaggi procedeva in línea con il programma. Il ritardo iniziale fu recuperato, nonostante i brasiliani, per merito della squadra che avevamo in campo. Le perforazioni furono eseguite utilizzando una sonda Nenzi a rotazione con recupero continuo di campione. L’ equipaggiamento era costituito da carotieri doppi da 76 mm e corone a diamante. Nel piu’ bello venne l’alluvione che ritardò i lavori per 5 mesi contrattualmente recuperabili. Al termine della lavorazione eseguimmo perforazioni per 2665 metri. Terminati i sondaggi la fase successiva fu la lavorazione della cortina di iniezione.
Le attrezzature impiegate per le perforazioni furono perforatrici Soilmec SM-305 equipaggiate di martelli Klemm in testa e fondo foro e di Wagon drill Stenuick BBAS equipaggiati con martelli fondo foro. Per le iniezioni furono utilizzati impianti Soilmec GS1 equipaggiati di turbo miscelatore GT-30, di agitatore GA-45, pompa di iniezione GP-12 completi di apparecchiatura per la registrazione delle pressioni. Si usarono miscele acqua-cemento-bentonite con un rapporto A/C 2:1 con l’aggiunta del 2% di bentonite idratada. Si eseguirono anche prove d’acqua del tipo Lugeon. Ogni 20 metri, in fase discendente, nei fori primari ed anche in fori terziari dove l’assorbimento dei secondari risultava alto. E furono realizzati anche pozzi di drenaggio del diámetro di 400 mm per ridurre le pressioni sotto le fondazioni della diga. Lo specialista di questa lavorazione era Cecilio Tisat. Con una sonda a percussione dotata di curetta e tripiede Mencarelli fece un eccellente lavoro. Un ritorno ai primi tempi della Pali Trevisani, alle mitiche capre che il Cav. Trevisani ricorda con tanto affetto. Al termine della lavorazione eseguimmo 61.147 metri di perforazioni, 1.100 tons di cemento, 2.371 prove d’acqua Lugeon e 19 pozzi di alivio. Si tralascia la descrizione della metodología perchè troppo lunga e complessa. Completammo e consegnammo i lavori nel settembre del 1986 quindi, considerando i 5 mesi di fermo a noi non imputabili, in anticipo di alcuni mesi sul programma. La soddisfazione del cliente e del committente fu totale. All’epoca il Gruppo Trevi aveva ancora dimensioni ridotte sebbene in forte espansione. Ma già dai primi lavori all’estero si evidenziò, sopratutto nei paesi piu’ poveri, la vocazione dei fratelli Trevisani ad intervenire nel sociale a favore delle popolazioni indigene. Vocazione che trasmettevano ai loro dipendenti. Il Mozambico non fece eccezione. Un bel giorno Davide Trevisani, il presidente del Gruppo, ci incaricò di contattare la Curia di Maputo per coordinare l’arrivo e la consegna di due containers di materiali e beni vari ai missionari comboniani che operavano in condizioni di grande disagio in zone rurali. L’operazione vide coinvolta anche la Diocesi di Cesena in collaborazione con la Trevi. Tutto filò liscio con la benedizione dei padri comboniani. In un’altra occasione venimmo a conoscenza della necessità di un pozzo d’acqua di un villaggio nei pressi del cantiere. La conoscenza avvenne vedendo al di là della rete di recinzione del campo bambine che portavano in testa recipienti pieni d’acqua. Ci informammo e ci mobilitammo. Gianluigi Trevisani, amministratore delegato del settore estero, informato del caso ci diede subito autorizzazione a procedere. Il pozzo divenne in breve tempo realtà per la gioia in particolare delle bambine ed il ringraziamento dell’intero villaggio. Non posso chiudere questo racconto senza aver speso due parole sul Mozambico ed il suo popolo. Il Mozambico è una Repubblica Popolare tuttora governata da un partito único, un Frelimo piu’ addolcito rispetto ai tempi di Samora Machel. Si trova nell’Africa australe e si affaccia per 2800 km sull’Oceano Indiano con molti tratti di sabbie bianche e acque cristalline. L’interno è ricco di riserve naturali protette fra le quali il Gorongosa Park con la sua fauna selvática per gli obbiettivi dei rari safaristi. Il terreno è prevalentemente fertile grazie ai numerosi fiumi che l’attraversano da ovest a est. Nonostante queste risorse il paese è uno dei piu’ poveri al mondo. Cessate con il trattato di Parigi le ostilità con la Renamo iniziarono le infiltrazioni de-
gli estremisti islamici del Daesh dalle loro basi in Tanzania e in Kenia. Col tempo si insediarono nel nord del paese e di li’ si spinsero sempre piu’ a sud facendo facile proselitismo su parte della popolazione sopratutto giovanissimi che si arruolavano spinti dalla fame. A questa piaga va aggiunta la carenza di infrastrutture quali strade, aeroporti, reti elettriche solo per citarne alcune. E, sempre in tema di piaghe, le piene dei fiumi che annualmente costringevano migliaia di famiglie ad abbandonare i loro villaggi per ammassarsi in campi di fortuna alveari di malattie per le condizioni igieniche e la denutrizione. Alle piene del periodo estivo si alternavano le secche del resto dell’anno con conseguenze nefaste sull’agricoltura, la maggiore fonte di occupazione. In questo contesto, il turismo che avrebbe dovuto rappresentare una grande risorsa non è mai decollato. Nel corso dell’ultima decade sono stati scoperti nel centro-nord del paese importanti giacimenti di carbone e di gas naturale (offshore) ed anche di titanio, oro e pietre preziose (rubini). Queste scoperte hanno attirato l’interesse delle compagnie occidentali ma anche della Cina affamata di materie prime e già presente in quasi tutti i paesi africani. Con il suo modello di cooperazione sperimentato con successo ovunque i cinesi si sono presi gran parte della torta. Finanziando, spesso a perdere, la costruzione di infrastrutture vitali per lo sviluppo del paese dietro concessione di sfruttamento delle suddette risorse. Il modello si è rivelato vincente anche in Mozambico in contrapposizione alle royalties offerte dalle compagnie occidentali. Se da un lato l’economia del paese ne sta beneficiando dall’altro non risolve il problema della necessità di formare una classe di operai piu’ o meno specializzati perchè i cinesi usano la propria mano d’opera. Il Mozambico pertanto, nonostante gli alti tassi di crescita degli ultimi anni, continua ad avere un reddito pro-capite tra i piu’ bassi al mondo. Una risorsa importante del Mozambico è costituita dal suo popolo. A mio giudizio, molto condiviso, un popolo di lavoratori disposti a massacrarsi di lavoro pur di migliorare le condizioni di vita delle proprie famiglie. Sono apprezzatissimi come minatori nel vicino Sudafrica dove le imprese minerarie fanno a gara per accappararseli. Per tale ragione sono invisi agli strati piu’ bassi della popolazione sudafricana dei distretti minerari che li vede come usurpatori del loro lavoro. Sono anche bravi agricoltori. Purtroppo l’alternanza tra alluvioni e lunghi periodi di siccità vanifica i loro sforzi. Altra caratteristica del mozambicano è la sua índole pacifica. Non a caso lo scrittore portoghese Fernando Pessoa li defini’ “o povo gentil “. Ma non posso chiudere, e stavolta sul serio, senza aver detto che senza il contributo di Colombo queste memorie sarebbero state, ammesso che lo siano, molto meno interessanti. Non solo tutta la parte di descrizione delle lavorazioni è opera sua ma lo sono anche parecchi episodi. Uno per tutti il Sangiovese della tenuta Zerbina presente sui tavoli della mensa di cantiere. Tale capacità mnemónica è forse facilitata dall’avere vissuto gli avvenimenti da capo-cantiere quindi piu’ da vicino rispetto al sottoscritto. Questo racconto pertanto ha due autori. Aurelio Leonetti e Colombo Biserna. GRAZIE COLOMBO. Forli’-Cesena, 9 ottobre 2022