Memorie di cantiere
Porto di Bandar Abbas — Diaframmi e ancoraggi
Aurelio Leonetti · 1976–1980
Diaframmi e ancoraggi 1976 – 1980 Aurelio Leonetti
Caso volle che l’agenda del Trevi World Tour fosse dettata inizialmente da quella di Sapignoli. A Sermide, come ho già raccontato nella prima puntata, e poi a Bandar Abbas per un suo imprevisto rientro in Italia. L’assenza sarebbe dovuta essere di breve durata la qual cosa rasserenò l’ing.Martini, il Project Manager, preoccupato dopo avermi visto scrivere “payed” anziche’ “paid” sulla prima nota di cassa. Andò a finire che il rientro tardò piu’ del previsto fino a quando la situazione del settore amministrativo, nonostante la valida presenza della signora Dina (moglie del capo-officina Rossi Carlo) lo rese improrogabile. Con il suo ritorno la situazione si normalizzò ed io fui confermato perche’ il cantiere stava marciando a pieno ritmo ed aveva assunto dimensioni tali da richiedere la presenza di una sessantina di espatriati italiani senza contare quelli di altre nazionalitàe le famiglie al seguito. In tale contesto avrei potuto rendermi utile. Alcuni cenni, da amministrativo, sul progetto della Trevi. Il porto di Bandar Abbas (oggi Bandar Khomeini) si trova sul Golfo Persico vicino allo Stretto di Hormuz quindi strategico per il controllo del 60% del commercio mondiale del petrolio in transito su quelle acque. Per tale motivo il governo dello Shah Pahlevi decise di convertire quello che era un porto peschereccio (e di piccolo cabotaggio) in base della Marina Militare Iraniana. A tal fine fu indetta una gara di appalto che fu vinta dal consorzio italiano Condotte d’Acqua-Bonifica il quale, a sua volta, aggiudicò alla Trevi (allora Pali Trevisani) il subappalto delle fondazioni consistenti in diaframmi per le banchine del nuovo porto. Ma torniamo al viaggio. Fine giugno 78, volo Roma-Shiraz-Bandar Abbas. Ricordo che all’arrivo mi aspettava un amministrativo iraniano con una Citroen 2 CV. L’impatto ambientale fu traumatico. Non meno di 50 gradi resi piu’ atroci da una cappa di umidità soffocante. Attraversato il paese schivando muli e cani randagi ci dirigemmo verso il cantiere distante circa 15 km percorrendo una strada piu’ simile ad una carrettiera. Giunti al campo per la consegna dell’alloggio il primo italiano che incontrai fu il capo-campo che si presentò “Claudio Piconi bene arrivato“. Ripensando alla carriera che fece credo valga la pena raccontare come entrò in Trevi. Studente di medicina si trovava a Bandar Abbas ospite del cognato dirigente della Dragomar società addetta al dragaggio del porto. Un pò per avventura un pò per sbarcare il lunario aveva deciso di passare cosi’ quell’estate. Ed il caso volle che la Trevi stesse cercando un capo-campo in quanto Condotte, visto il crescente numero di scapoli e famiglie, ad un certo punto ci disse che con la logistica dovevamo arrangiarci. Fu cosi’ che venne assunto, piu’ per ragioni di buon vicinato che per altro. Nello scetticismo generale si rimboccò le maniche e riuscì in breve tempo a farsi apprezzare per simpatia e spirito di iniziativa. E da buon romanaccio, con la battuta sempre pronta, entrò nelle grazie delle signore
del campo che fecero a gara per dargli una mano. Et voilà le joux c’est fait ! Dimenticati i libri di medicina si avviò alla carriera che tutti conosciamo. Dal punto di vista professionale i 4 mesi di Bandar Abbas non furono molto significativi. Fui incaricato dell’inventario di magazzino e quello fu fino alla fine il mio lavoro. La fortuna volle che il magazziniere fosse Guido Teodorani.Guido era sempre di buon umore per cui le lunghe giornate di lavoro diventavano meno pesanti. Oltre a fare il magazziniere si prestava nei giorni festivi a guidare il pulmino che portava le signore del campo a fare shopping in paese che andava cambiando aspetto ogni giorno. Con l’arrivo degli italiani (che comprese le famiglie arrivarono ad un picco attorno alle 2.000 unità) il bazar locale si era come d’incanto riempito di prodotti tipici iraniani. I più ricercati erano il pistacchio, i datteri, la pietra turchese, il caviale del Mar Caspio e, ovviamente, i fantastici tappeti lavorati a mano. In alternativa allo shopping le portava al mare in spiagge riservate agli stranieri . Lo faceva per passatempo anche se si vociferava che avesse qualche interesse ma erano solo malignità. Ho ricordato Claudio Piconi e Guido Teodorani ma sono tanti i volti e gli episodi che riaffiorano nei miei ricordi. Come quella mattina che Carlo Rossi, detto Barlan, piombò in ufficio per prendere il caffe’ che sua moglie Dina, impiegata, era solita preparargli. A suo dire per il gran caldo (anche se c’era l’aria condizionata) la Dina era solita indossare abiti, chiamamoli cosi’, molto arieggiati. Successe che quella mattina il marito mi vide, a suo dire, con gli occhi sbarrati sulle terga della moglie mentre preparava il suo caffe’. E, con tono poco rassicurante, mi disse “sa iel rasunir ta ne mai vest una dona “. Bofonchiai qualcosa ma senza convincerlo tanto che ne parlò con l’ing.Martini (Sapignoli non c’era) il quale, dopo averlo tranquillizzato, non mancò di farmi un poco piacevole sermoncino. O quella volta che Isidori, un bravo saldatore abbruzzese, venne in ufficio e mi chiese “ raggiunie’ che vor di’ chiosa ? E parca ?” “Perche’ Isidori ?” “Perche’ a Cesena ho chiesto al dott.Forti ( che all’epoca si occupava di personale estero) se il pocket money fosse sufficiente.” “E cosa ti ha detto ?” “Mi ha detto “ veda Isidori, debbo aprire una chiosa. Dipende da lei, se e’ una persona parca o meno”. Cercai di spiegarglielo ma lo vidi uscire piu’ confuso di quando era entrato. O ancora quella notte in cui Davide Trevisani si attardò in ufficio e mi chiese di aspettarlo… Accadde che durante l’assenza di Sapignoli il Cavaliere, allora appena quarantenne, venne in visita al cantiere. Nulla di straordinario in quanto quella commessa era talmente importante e complessa da richiedere sue frequenti visite. A maggior ragione in quel periodo che, se non ricordo male, vedeva la Trevi impegnata nella messa a punto di un piano di accellerazione da sottoporre al cliente. Ed in simili frangenti la presenza del Cav era indispensabile per la sua straordinaria competenza tecnico/commerciale che gli consentiva, nonostante la giovane età, di tenere testa ai professoroni delle Condotte. Ma la sua presenza era altrettanto importante per caricare la sua gente. Una sua una pacca sulle spalle valeva piu’ di un bel discorso. Non a caso era chiamato “ il babbo“ per quel suo modo di relazionarsi che ti faceva sentire parte di una grande famiglia. Tuttavia, almeno per me, quella visita rappresentava qualcosa di inedito. Ricordo con quale trepidazione attesi il primo incontro perche’ mi sentivo totalmente inadeguato al ruolo di sostituto, seppure provvisorio, di un maestro come Sapignoli. Il nervosismo si rivelò ingiustificato. Mi salutò con cordialità e volle sapere le mie impressioni su quella prima esperienza all’estero. Nei giorni successivi quasi lo persi di vista impegnato com’era in estenuanti

meetings col cliente o in cantiere a seguire i lavori. Stava quindi filando tutto liscio…fino a quella notte. Quella notte si attardò in ufficio e mi chiese di aspettarlo. Terminato il lavoro ci avviammo verso il campo con la mia 2 CV che fino ad allora non mi aveva mai tradito. A circa metà strada, in pieno deserto, la maledetta si ferma. Falliti i tentativi di rianimarla apro il cofano con la pretesa di capirci qualcosa. E’ buio pesto per cui cerco la torcia. Non c’e’. Cerco il walkie-talkie. Non ce l’ho dietro. Cerco un fosso dove nascondermi. Neanche quello. Attimi di rumoroso silenzio finche’ mi chiede: “quanto dista il campo?” – “Un paio di chilometri lei aspetti qui in un quarto d’ora vado e torno”. – “No lasci stare qualcuno passerà.” La buona stella volle che pochi minuti dopo passasse un pick-up del cantiere che andava in magazzino a prelevare del materiale (si facevano i turni notturni). Il giorno dopo trovai sulla scrivania una torcia. E la vicenda non si concluse li’ perche’ per qualche giorno continuò ad essere oggetto di ironici commenti. Il campo era diviso in settore scapoli e settore ammogliati. Ricordo che all’inizio dividevo l’alloggio con Sanzio Bisulli e Francesco Giannico. Sanzio iniziò il cantiere come magazziniere poi chiese, ed ottenne, di passare in cantiere. Nella fossa del diavolo, ai tiranti. Un inferno, diceva, però “sempar mei che ste’ a sinti’ la zenta cla slamenta dla matena a la sera“. Mi lasciò col dubbio se lo dicesse perche’ convinto di avere fatto la scelta giusta o per cercare una spalla sulla quale appoggiarsi sapendo di non poter tornare indietro. Francesco invece era un tipo molto poliedrico. Geometra con l’hobby della fotografia, della vela e dei cavalli. Forlivese come me non tardò molto a tornare alle sue passioni. Lo rividi anni dopo a Singapore a rivestire di vetro i grattacieli di quella metropoli. Dopo qualche settimana Sanzio cambiò alloggio ed il suo posto venne preso da Rolando Panunzi appena arrivato dall’Italia. Con lui avrei condiviso una buona parte del mio viaggio; dall’Iran alla Nigeria e, anni dopo, negli Emirati Arabi. Memorabili, e per la delizia dei presenti, le nostre discussioni di politica. Lui della serie “fedele nei secoli” io “va dove ti porta la ragione”. Come già accennato il direttore del cantiere era Franco Martini. Data la giovane età e la poca esperienza fu una scommessa dell’ing.Botto che lo conosceva dai tempi della Fondisa. Non ebbe vita facile con i professoroni di Condotte ma alla fine la scommessa fu vinta. Per meriti propri ma anche per avere avuto al suo fianco persone di grande qualità. Ne vorrei citare alcune senza voler far torto ad altre. In primis i suoi piu’ stretti collaboratori. Oscar Curelovich, un capo-cantiere dalle doti tecniche ed umane straordinarie. E Stelvio Sapignoli, responsabile amministrativo, maestro per studi accademici ed applicazione sul campo. Riusciva a spaziare a tutto campo, dalla contabilità alla logistica alle pubbliche relazioni. Poi i tecnici di cantiere. Un giovane ma già navigato Renato Boato ed il compianto geom. Laurenzano un esempio di dedizione al lavoro per tanti colleghi piu’ giovani. E il non meno compianto Piero Piazza, un gigante mite e generoso. Ed un ricordo particolare per Vittorio Buda, gran marafonista oltre che provetto saldatore. Rolando Panunzi mi ha aiutato a ricordare almeno 10 undicesimi di quello squadrone. Portiere: Berardi
Difesa: Rossi Piero – Curelovich (capitano)–Panunzi Centrocampo: Cortese – Piazza – Guelvenzu’
Attacco: Rossi Carlo – Fondacaro-Pin Allenatore : Conti (elettricista).

E come non ricordare la favolosa squadra di calcio, talmente forte da indurre a pensare che, come pre-requisito per essere assunti, venisse richiesto il tesserino della Federcalcio ! La manovra si sviluppava sull’asse Curelovich-Piazza-Guelvenzu’ e trovava in Pin e Fondacarohi i finalizzatori. Con tali fuoriclasse non fu difficile vincere il torneo interaziendale nonostante vi partecipassero aziende con organici molto superiori al nostro quali Condotte e Pizzarotti. In finale rifilammo un sonoro 2-0 alle Condotte alla faccia della loro arroganza e supponenza (i malcapitati non sapevano che Curelovich aveva giocato nella nazionale giovanile argentina e Piazza e Pin in squadre semi-professioniste). A galvanizzare i nostri ragazzi contribui la presenza di due tifosi d’eccezione. L’in-
gegner Botto e il geometra Bianchi che si trovavano in visita al cantiere. Furono loro forse i piu’ entusiasti per quella vittoria perche’ rappresentava, sportivamente parlando, una rivincita nei confronti dei dirigenti di Condotte che tanto li avevano fatto soffrire sopratutto nella fase iniziale dei lavori. Nel frattempo il clima socio-politico dell’Iran si stava surriscaldando. Crescevano in tutto il paese le manifestazioni anti Shah, spesso soffocate nel sangue. Nel mese di agosto lo scoppio di una bomba in un cinema di Abadan causò la morte di oltre 400 civili e la propaganda anti regime trovò terreno fertile per attribuirne la colpa ai servizi segreti dello Shah. Il paese cadde nel caos piu’ totale. I tumulti si intensificarono assumendo la forma di movimento rivoluzionario di massa. In cantiere si verificarono alcuni scioperi risoltisi con l’abbandono volontario dei piu’ facinorosi attratti dall’ebbrezza rivoluzionaria che ferveva nelle grandi città. Di fronte a tale scenario venne approntato un piano di evacuazione che riguardò inizialmente alcune famiglie che vennero rimpatriate con voli di linea. Ai primi di novembre una fazione dell’esercito si schierò con i rivoluzionari decretando lo scoppio di una vera e propria guerra civile. Si decise quindi di accellerare il piano di evacuazione delle restanti famiglie e del personale non strettamente necessario. Ma come se gli aeroporti erano già controllati dai pasdaran (guardiani della rivoluzione) a caccia di collaboratori dello Shah in fuga (e noi eravamo considerati tali). Preclusa quindi quella via di uscita si pensò alla via marittima. Come? Con la draga generosamente messa a disposizione dalla Dragomar ! Fu un momento di gloria per Piconi che, sotto la supervisione di Sapignoli e degli esperti di Dragomar, si erse a novel Caronte e organizzò il trasferimento di intere famiglie ad Abu Dhabi, sulla sponda opposta del Golfo Persico. Che l’operazione fosse andata a buon fine lo venni a sapere quando ero già in Italia perche’ ai primi di novembre il dott. Caporali, in visita al cantiere, mi disse che da gennaio sarei stato trasferito in Nigeria. Una decina di giorni dopo lasciavo il cantiere per imbarcarmi sul volo B.Abbas-Teheran-Roma nonostante mi fosse stato sconsigliato per i motivi suddetti. Ma quando sei alla ricerca di emozioni non c’e’ pasdaran che tenga. Andò tutto liscio. In seguito alla quasi totale adesione delle forze armate alla causa rivoluzionaria a metà dicembre il paese era praticamente nelle mani degli insorti. Ai primi di gennaio lo Shah lasciò l’Iran decretando di fatto la caduta del suo regime ed aprendo la strada al ritorno di Khomeini. I lavori in cantiere furono sospesi e gli ultimi espatriati furono rimpatriati via mare senza problemi. Di quella prima esperienza all’estero mi portavo dietro, oltre ad un bel pacco di pistacchi e di datteri, l’abbraccio di quei pochi che erano rimasti e l’emozione di avere vissuto in prima persona un avvenimento che avrebbe sconvolto gli equilibri mondiali. E mi lasciavo indietro la tragedia di un popolo dalla cultura millenaria alla merce’ di sanguinari estremisti islamici.
EL campeonato se desarrollo con 4 equipos divididos en 2 zonas de 2 equipos en cada una. • En la zona A Condotte y Termoelectrica • En la zona B Trevi y Dragados • En el primer partido Condotte gano 5 a 0 • En el segundo partido Trevi gano 2 a 0 Por lo tanto, llegaron a la final los dos ganadores, es decir Trevi y Condotte.

El partido final lo gano la TREVI 3 a 1 , para la gran sorpresa de la mayoría de la gente que había presenciado el partido, calculada en aprox. 2.000 personas, que daban como gran favorito a la Condotte . La Trevi sorprendió con un equipo solido y compacto, donde se distinguieron principalmente los siguientes jugadores: • El arquero Berardi • Los defensores Piazza y Curelovich • Los volantes Guelvenzu y Rossi • El delantero Pin
Nota En la foto se ven algunos de los jugadores recibiendo las medallas, como por ej. Curelovich con su hija en brazos , Piazza , Pin , Bisulli , Rossi , Croce .
