Trevi Holding

Memorie di cantiere

Porto Tolle — Dreni di sabbia e artificiali

Claudio Drudi · 1971–1973

1971 – 1973 Claudio Drudi

Prima Parte Fine anni 80. Ero stanco della CMC di Ravenna, stanco di prefabbricati, di viaggi e di rapporti umani che non mi prendevano. Cercavo stimoli nuovi e ripensavo alla Trevi dove avevo lavorato una decina di anni ed avevo lasciato, con grande rammarico, per dissapori con un diretto superiore. Non volendo ricontattare la Trevi contattai allora un ingegnere della Rodio di Milano per un colloquio di approccio visto che quel genere di lavori era per me il più interessante in assoluto. Quando il pomeriggio uscii dalla Rodio avevo in tasca una bozza di contratto più che soddisfacente al quale dovevo dare risposta entro una settimana. Il mattino seguente verso le nove squilla il telefono: pronto chi parla, sono Gianluigi Trevisani, buongiorno Drudi come sta?, potrebbe venire qui in ufficio verso le 10,30 che avrei bisogno di parlarle? Si risposi, abbastanza stupito, ci sarò. Con Gianluigi avevo sempre avuto un rapporto quasi amichevole direi e subito mi venne alla mente quando nei primi anni 70, nel cantiere della centrale termica di Porto Tolle, salimmo sul braccio di un escavatore Manitou alto più di sessanta metri per controllare uno scarrucolamento della fune di servizio. Tempi belli quelli, cantieri e lavori di prestigio e di risonanza per l’allora Pali Trevisani. Direttissima Firenze-Roma per le ferrovie dello Stato, autostrade da Como alla Sicilia, Centrali elettriche, Italsider di Piombino e Taranto per gli altiforni ed i primi grandi cantieri all’estero. Rivangai quindi un pò del mio passato e puntuale alle 10,30 ero in ufficio a Cesena da Gianluigi Trevisani. Dopo i saluti ed i come stiamo Gianluigi mi disse: “e così Drudi vuole andare a lavorare con la Rodio? Perché alla Rodio che qui è di casa.” Anni fa me ne sono andato gli dissi perché non ero più in buoni rapporti con il mio diretto superiore e… “quel superiore non c’è più, mi interruppe, e lei anche se ci fosse non lo incontrerebbe perché lei tornerà con noi ed andrà all’estero.” Mi sottopose un contratto, che neanche lessi, tanto ero sicuro che fosse buono e circa due settimane dopo partii per la Nigeria. Questa era la Trevi e lo sarebbe ancora oggi se una crisi nazionale e mondiale non l’avesse coinvolta. Ma i fratelli Trevisani come sempre hanno pensato all’azienda mettendoci la faccia e l’impegno, presentandosi ogni giorno al lavoro, stimolandoci, sorbendosi processi ingiusti e cercando di salvare quello che avevano creato dal nulla fin dagli anni cinquanta. Tutti noi che abbiamo contribuito a portare il nome della Trevi in ogni angolo del mondo dalle Filippine al Sud America, dall’Africa agli Stati Uniti, dall’Europa alla Cina ci sentiamo in dovere di ringraziare i fratelli Trevisani per il bagaglio tecnico ed umano che ci hanno insegnato e che noi abbiamo diffuso in giro per il mondo portando benessere e speranza per un futuro migliore. E se a volte, come tutti, hanno commesso errori, sono di gran lunga i successi e le vittorie che

hanno portato la Trevi ad essere tra le più grandi imprese mondiali nel campo delle perforazioni e delle opere speciali dell’edilizia.

Seconda parte E come non pensare a tutti i cantieri fatti. Ricordo uno dei primi, alla fine degli anni sessanta, a Ponte Chiasso, Como, dove per la prima volta eseguimmo pali di sabbia per il consolidamento delle rampe di accesso autostradali alla nuova dogana sul confine con la Svizzera. I pali di sabbia comportano il riempimento delle perforazioni con sabbia in modo da consolidare il terreno e renderlo atto a sostenere i carichi che dovrà sopportare. Si possono eseguire in vari modi a seconda della tipologia dei terreni da compattare. Eseguimmo, se ben ricordo, 800 pali di 50 cm di diametro ad una profondità di circa 20 metri. Un’altra grande esperienza fu a Porto Tolle dove sarebbe nata la centrale termoelettrica. La conformazione geologica del terreno composta da limi sabbiosi molto permeabili e di scarsa consistenza necessitava di adeguate palificazioni e consolidamenti. Io mi occupavo dei consolidamenti che furono di due tipi: dreni di sabbia tradizionali e Soil Drains, brevettati da Trevi. I Soil Drains erano composti da tubi in PVC perforati di 5 centimetri di diametro e rivestiti da un foglio di carta filtrante per tutta la lunghezza del tubo. L’infissione avveniva tramite una colonna con all’interno il tubo in PVC; un vibratore in testa alla colonna ed un tappo sulla punta alla quale era collegato il tubo in PVC effettuava l’infissione fino alla profondità variabile dai 25 ai 30 metri. In questo incredibile cantiere eseguimmo 4.000 Soil Drains per un totale di 120.000 metri lineari. Altri 9.600 dreni di sabbia da 30 centimetri di diametro per un totale di 288.000 metri lineari furono eseguiti con metodi tradizionali. Altra grande esperienza fu in Mozambico per la costruzione delle banchine del porto di Beira dove eseguimmo pali da 1 metro di diametro alla profondità di circa 40 metri. Questo cantiere rimarrà sempre nella mia memoria anche per la scomparsa di Dedola, un escavatorista bravissimo, che per una banale operazione allo stomaco nell’ospedale di Beira, morì in una clinica a Durban, Sud Africa, dove lo avevamo trasferito con un aereo della Croce Rossa Internazionale, per le infezioni prodotte dalla mancata sterilizzazione degli utensili impiegati. Passai circa venti giorni insieme a lui con la speranza che ce l’avrebbe fatta ma il 30 dicembre del 1990 Dedola ci lasciò. Il giorno dopo, un tristissimo fine anno, riaccompagnai la moglie di Dedola in Italia. Tantissimi sono stati i cantieri con Trevi e per ricordarli ho scritto queste poche righe: “Anche oggi, sulla autostrada per Faenza dove vado dalla nipote, passo davanti alla Trevi, la società con la quale ho lavorato per quasi vent’anni. Ed i ricordi, quelli che non si dimenticano, mi passano davanti agli occhi. E mi ritrovo a Porto Tolle, anni ‘70 a 60 metri di altezza, insieme a Gian Luigi Trevisani, poi in Sicilia con l’amico e collega Paolo Sangiorgi, poi a Scarlino con Baisi a fare pali da due metri di diametro alla profondità di 40 metri e dove il calcestruzzo di una betoniera spariva come se fosse una carriola, poi a nord e poi a sud fino a Taranto e sempre con la valigia in mano. Al mio fianco Leurini, Cecchini, Alessandri, i dottori Baistrocchi e Cricca, Tapiglia, Oscar, Leonetti, Colombo, Sapignoli, Romano e tutti gli altri di cui non ricordo più i nomi. Poi l’Africa in Uganda, in Nigeria, in Mozambico, in Sud Africa. L’Africa bella, l’Africa brutta, l’Africa degli odori, del caos, delle rivoluzioni, degli amori, delle paure, l’Africa della stanchezza e del ritorno a casa. E gli amici Trevi, bianchi, neri, gialli, argentini, di tutti i colori e religioni. Con gli amici locali, tutti ormai pensionati, ci vediamo ogni tre/ quattro mesi per serate attorno ad un tavolo bandito e ci divertiamo ricordando il bello, il brutto e le nostre gesta ma senza dimenticare un saluto a chi ci ha già lasciato e che non abbiamo dimenticato. Ciao TREVI, a questa sera quando ritornerò a Rimini.”