Trevi Holding

Memorie di cantiere

Il ponte sullo Zambesi, a Caia

Renato Boato · 2006

Il ponte sullo Zambesi, a Caia

Nei mesi di aprile-maggio 2006 comincia a concretizzarsi un vecchio progetto (iniziato molto tempo prima e poi abbandonato) che prevedeva la costruzione di un ponte sullo Zambesi in prossimità del villaggio di Caia, nella regione della Zambesia, in Mozambico. Tenere presente che a quei tempi gli unici 2 ponti esistenti sullo Zambesi erano: il ponte ferroviario/stradale di Sena situato a circa 60 km a monte di Caia e il ponte di Tete circa 250/300 km ancora più a monte. Il ponte di Sena era un vecchio ponte di tipo “Bailey” molto lungo (oltre un kilometro) con ferrovia (molto poco usato in questo senso a causa dell’interruzione e il disuso della linea ferroviaria), il quale consentiva un transito a senso unico-alternato di veicoli su gomma di piccole/medie dimensioni. Il ponte di Tete, invece, era un ponte di tipo tradizionale il quale però accusava sintomi di stanchezza dovuti agli anni e al traffico piuttosto intenso in quella zona. In pratica, il Mozambico era letteralmente tagliato a metà dal fiume Zambesi e per garantire continuità al traffico diretto al Nord occorreva affidarsi ad un servizio di traghetti (quando funzionavano!), oppure sobbarcarsi deviazioni di qualche centinaio di chilometri. Per la cronaca, all’epoca avevamo già avuto occasione di partecipare e contribuire alla realizzazione di altri progetti importanti in Mozambico quali le dighe di Corumana e di Pequenos Libombos, durante la guerra civile e d’indipendenza dal Portogallo e, alcuni anni dopo, al rifacimento di parte delle banchine del porto di Beira, in subappalto da Impresit. Con l’occasione avevamo provveduto a creare in loco una società di piccola perforazione dedita a investigazioni geognostiche e perforazione di pozzi d’acqua in tutto il territorio mozambicano. Ai primi di maggio 2006 il Consorzio portoghese Mota Engil/Soares da Costa, aggiudicatario dell’appalto del ponte sullo Zambesi a Caia (progetto finanziato dai governi Svedese e Giapponese), al quale avevamo presentato la ns. Offerta per la realizzazione dei pali di fondazione a terra ed in alveo, ci chiede di fare una visita congiunta al cantiere (il quel momento in fase d’installazione) per definire gli ultimi aspetti contrattuali e mettere a punto quelli tecnico operativi. Partiamo con destinazione Mozambico il sottoscritto e l’amministrativo Dr. Matteo Sassoli e, dopo un viaggio di circa 30 ore, arriviamo finalmente in cantiere riuscendo a salire appena in tempo sull’ultimo traghetto per Caia alle ore 17.30. Pochi minuti prima delle ore 18.00 entriamo in cantiere e ci incontriamo subito con il direttore del Consorzio Mota Engil-Soares da Costa, tale Ing. Fonseca Sousa e il Capo Cantiere Sig. Leite. Ovviamente, data l’ora ed il luogo, mi viene subito da chiedere dove si andrà a cenare e dove era stato prenotato il ns. alloggio. La risposta è la seguente: la cena non è un problema perché si mangia in cantiere dentro ad un container adibito a mensa (mentre il mio interlocutore mi parla, non

mi sfugge il fatto che ci sono un paio di tecnici portoghesi che stanno rincorrendo un paio di polli spelacchiati che razzolavano nei dintorni; saranno la nostra cena!). Per l’alloggio invece, la cosa è un po più complicata! A Caia, non esistono alberghi c’è solamente un sudafricano che ha una specie di camping allestito con tende militari (quindi niente doccia, niente bagno, niente corrente elettrica, niente colazione al mattino…) equipaggiate con un catino, un secchio d’acqua e una branda di tipo militare con una coperta e senza lenzuola. L’alternativa è quella di fare altri 60 km in mezzo alla foresta dove un rodesiano “bianco” tale James White (amico dello scrittore di romanzi d’avventura Wilbur Smith) ex pilota di aerei che gestisce un “resort” formato da 6-7 baracche di legno senza luce e acqua corrente quindi, molto spartane con l’unico vantaggio di avere la possibilità di una colazione. Consumata la cena, optiamo per il campeggio a Caia, a 4-5 km di distanza. Saranno 2 notti indimenticabili specialmente per l’amico Matteo Sassoli completamente inesperto di simili avventure. Durante la nostra permanenza in cantiere abbiamo modo di affrontare e discutere di quasi tutti gli aspetti di tipo logistico operativo e gestionale con elaborazione di un primo programma lavori. Inoltre, nell’osservare l’attività della Committente nell’allestimento della base operativa (allestimento del campo, dell’officina/magazzino, dell’impianto calcestruzzi, ecc…), mi balza subito all’occhio un fatto per me del tutto sbagliato o quantomeno inappropriato: il campo e la base operativa comprendente uffici e officine ecc… sono in costruzione sul fondo di una buca! Sul fianco della strada che conduceva al piazzale d’imbarco del traghetto per l’attraversamento del fiume, lato monte, era stato costruito un argine quasi a livello stradale (mezzo metro in meno) ricavandone all’interno un’area pari a circa 2 campi di calcio il cui fondo corrispondeva grosso modo al livello della golena ed era di circa 2,8/3,0 m sotto la quota di testa dell’argine. Faccio notare la cosa al Capo Cantiere, Mr. Leite, e gli chiedo che cosa potrebbe succedere in caso di piena se l’argine dovesse cedere. Mi risponde che non potrà succedere mai perché ci vorrebbe una piena del tipo di quella dei 100 anni, cosa non prevista per i prossimi anni a venire! La mia osservazione fu quasi profetica! Altro aspetto che mi lascia un po turbato, è quello di non essere riuscito a convincere il capo produzione tale Ing. Gaspar Nunes della necessità di equipaggiare il pontone per il pali in alveo con 4 argani per le operazioni di posizionamento sulla pila e sul palo della piattaforma di lavoro. La risposta alle mie rimostranze fu la seguente: il pontone è nostro e la movimentazione è di nostra competenza e quindi non intendo spendere soldi per una cosa che non serve! Me ne andai rispondendogli che ne avremmo riparlato a tempo debito. Per il resto fummo d’accordo quasi su tutto. Dopo due giorni e due notti in cantiere con un caldo infernale e senza la possibilità di fare una doccia, con l’Ing. Fonseca Sousa ci trasferiamo a Maputo dove vengono definiti tutti gli aspetti contrattuali e, dopo qualche giorno ancora, ce ne torniamo in Italia con una lettera d’intenti e un ordine di mobilitazione immediato in tasca. Seguono alcuni mesi di lavoro frenetico dedicati alla preparazione della documentazione richiesta, mobilitazione delle attrezzature, revisione completa della perforatrice Wirth e allestimento della squadra di lavoro. Il nostro Capo Cantiere designato è Juan Heins, un olandese/argentino con notevole esperienza di lavori simili. A metà agosto, io e l’amico Juan, siamo nuovamente in cantiere con parte della squadra e diamo inizio alla mobilitazione e all’ impianto di cantiere; con la consociata mozambicana diamo avvio ad alcune indagini geognostiche supplementari in alveo dello Zambesi e a fine novembre 2006 riusciamo a fare il primo palo a terra con solo qualche settimana di ritardo sul programma. A dicembre comincia piovere in maniera intensa e il livello del fiume comincia ad alzarsi e a inondare la golena. Riusciamo a lavorare fino a ridosso del Natale quan-

do le maestranze al vertice del Consorzio decidono di assentarsi per un periodo di vacanza, lasciando in cantiere un paio di tecnici di secondo piano. Dal canto nostro avevamo deciso di dividere la squadra a metà: la prima metà avrebbe fatto il Natale a casa, mentre la seconda sarebbe rientrata in patria per il Capodanno. Caso volle che il fiume continuasse a gonfiarsi, inondando del tutto la golena e coprendo anche le piazzole dei pali a terra. Per quanto ci riguarda, il nostro personale in cantiere riuscì a mettere in sicurezza tutta la nostra attrezzatura mentre per la Committente le cose andarono decisamente peggio a cuasa della mancanza di personale in cantiere. Infatti, diverse attrezzature a noleggio in uso alla Committente rimasero sott’acqua. Gennaio e febbraio 2007 mi vedono nuovamente in cantiere in sostituzione di J.Heins rientrato in Argentina per le ferie. In questo periodo il fiume ci dà qualche giorno di tregua che ci permette di lavorare all’allestimento del pontone e al montaggio della Wirth, mentre a terra occorre rifare l’impianto fanghi, spostare tutta la bentonite in luogo asciutto e aspettare che le piazzole di lavoro si asciughino e diventino nuovamente agibili. Ma il livello del fiume continua a crescere e… la mia profezia comincia ad avverarsi. Sono le ore 20.00 di un giovedì di inizio febbraio 2007 e sto terminando di cenare in mensa,quando noto un certo trambusto fra il personale portoghese: chiedo al Capo Cantiere Annibal (sostituto di Mr. Leite rientrato in patria per motivi famigliari) che cosa stesse succedendo. Mi risponde in maniera evasiva e scappa correndo. Finisco in fretta la mia cena e corro anch’io all’esterno per rendermi conto di quanto sta accadendo. Sta entrando acqua nel campo da un foro nell’argine in prossimità di un tubo di scarico dell’acqua di lavaggio dell’impianto di calcestruzzo all’esterno dell’argine. In poche parole, il livello del fiume era cresciuto in maniera tale da passare sopra la saracinesca di chiusura dello scarico e la spinta dell’acqua proveniente dall’esterno era tale da aprire una falla sull’argine. Annibal aveva movimentato in tutta fretta alcuni camion e una grossa pala meccanica per rinforzare dall’esterno l’argine scaricandovi parecchi metri cubi di materiale tentando in questo modo di chiudere la falla ma, nonostante tutti gli sforzi messi in atto, il buco creatosi sulla scarpata interna dell’argine si allargava a vista d’occhio riversando all’interno del campo un fiume d’acqua. Ormai tutto sembrava perduto e l’argine di protezione del campo e della yarda sembrava destinato a cedere in breve tempo, tant’è che il sottoscritto era corso al proprio alloggio e l’aveva svuotato dagli effetti personali, mettendoli al sicuro all’interno della vettura di servizio parcheggiata sopra la strada principale. Ritornato dopo alcuni minuti sul luogo delle operazioni, notai che il buco formatosi sul fianco interno dell’argine, aveva ormai raggiunto dimensioni preoccupanti e continuava ad allargarsi con velocità impressionante nonostante il continuo apporto di materiale scaricato sul fianco esterno. Non sapevamo più che pesci pigliare. Da notare che in questo frangente direi quasi drammatico, gli unici a preoccuparci della cosa eravamo io, assistito da un paio di espatriati Trevi e il C.C. Annibal coadiuvato da una dozzina di operai locali e curiosi di passaggio: tutto il rimanente personale espatriato del Consorzio, compresa la dirigenza e la Direzione Lavori, erano andati a dormire, incuranti del pericolo incombente. Ad un certo punto mi si “accende la classica lampada in testa”, osservando la catasta di sacchi di bentonite che avevamo provveduto a mettere in sicurezza il giorno prima. Senza esitare ulteriormente, chiamo l’operatore della pala Caterpillar e alcuni operai che si erano ripresentati sul posto dopo aver appreso di quello che stava accadendo, faccio caricare sulla benna della pala una trentina di sacchi di

Il ponte sullo Zambesi, a Caia

bentonite (circa 1,5 ton) e li faccio scaricare, interi come stanno, nel foro sull’argine; il buco viene quasi riempito del tutto dai sacchi di bentonite e il flusso d’acqua in entrata comincia a ridursi e nel giro di qualche decina di minuti cessa del tutto. La “cara e vecchia bentonite” aveva sortito il suo effetto e il campo era salvo: erano le 2.00 di notte! Completati alcuni lavori di rifinitura e messa in sicurezza tutti al Club per una bella e meritata bevuta di birra! In quell’anno, la piena dello Zambesi mancò di 10/12 cm il livello della piena dei 100 anni! Vi posso assicurare che lo Zambesi in piena è come un mare e si allarga per decine di km ed è un spettacolo unico che affascina e incute rispetto. Finalmente verso la fine di febbraio si può riprendere con l’attività dei pali a terra e in breve si riesce ad imprimere un ritmo di produzione più che soddisfacente. Per quanto riguarda i pali in alveo le cose sono un pò più complicate a cominciare dalla difficoltà di posizionare il pontone per mancanza di argani. Perso un mese di tempo per farli arrivare con urgenza dal Sudafrica (Gaspar Nunes si era finalmente arreso all’evidenza e aveva dato disposizioni per l’acquisto!). L’attività dei pali in acqua inizierà solamente a fine marzo 2007. A parte qualche intoppo sui pali in acqua della prima pila (il vibro a nostra disposizione non era sufficientemente potente per piantare le camicie metalliche nel banco di sabbia che copriva la roccia e quindi occorreva lavorare di più con la Wirth il che faceva perdere molto tempo), nelle pile centrali il banco roccioso era più alto e con poca copertura sabbiosa che il vibratore riusciva ad attraversare più facilmente. Per ridurre il ritardo sul programma dei pali in acqua avevamo deciso di abbandonare momentaneamente la prima pila e di spostarci a lavorare sulle pile più centrali del ponte dove le camicie metalliche erano più corte e il banco roccioso più accessibile. Avevamo organizzato, inoltre, un doppio turno di lavoro che copriva le 24 ore della giornata. Così facendo, l’attività di produzione cominciò a prendere un certo ritmo e, nell’arco di qualche mese, il ritardo accumulato sul programma lavori si era ridotto sensibimente. Mentre si svolgeva il turno di notte, quasi tutte le notti tra le 2 e le 3 del mattino accadeva che un gruppo di ippopotami (forse 6 o 7 esemplari) passasse di fianco al pontone, risalendo la corrente del fiume sbuffando e riaffiorando in superficie con quasi tutta la testa. Una notte, il nostro meccanico Angelo Caggiano chiamato d’urgenza per riparare un’avaria alla gru di servizio ne trovò uno enorme (grande quasi come il pick-up Toyota) che gli sbarrava la strada che conduceva all’imbarco: riuscì a fermarsi in tempo e a non investirlo. Mi disse che rimase ad osservarlo per parecchi minuti e a lampeggiare sperando che si muovesse liberando il passaggio: non ci fu nulla da fare, quello non si muoveva quindi fece marcia indietro e cambiò strada. A proposito di ippopotami, forse non tutti sanno che di notte gli ippopotami escono dall’acqua per pascolare (sono animali erbivori); sembrano animali mansueti ma sono estremamente pericolosi e veloci nonostante la mole e sono la principale causa di morte fra gli abitanti che vivono lungo le sponde dello Zambesi. Al secondo posto c’è il coccodrillo il quale, secondo alcune statistiche locali è autore di circa 700 attacchi a persone e animali domestici (buoi, capre, ecc… che si abbeverano al fiume) ogni anno e di questi, circa il 50% va a buon fine per il coccodrillo! Altra piaga importante per quell’area (la Zambesia), è quella delle zanzare e quindi della malaria. A circa 40 km a valle di Caia, lungo la sponda Sud del fiume esiste tutt’ora un cippo che ricorda il luogo dove morì, appunto di malaria, la moglie del

famoso esploratore Livingstone che partì proprio da quelle zone per attraversare tutto il continente africano con la sua spedizione, nel lontano 1862. Vivere al campo era piuttosto deprimente e il personale espatriato, dopo i primi due mesi di permanenza cominciò a manifestare segni di insofferenza. Dopo varie lamentele e discussioni si arrivò al compromesso di concedere a turno un fine settimana a Beira (distante circa 430 km), città piuttosto importante che offriva qualche svago. Altra città di una certa importanza e un poco più vicina (220 km circa) era Quelimane ma non offriva i diversivi di Beira e, inoltre, c’era il problema del traghetto in andata e ritorno che spesso non era operativo. Per quelli che rimanevano in cantiere durante il fine settimana, non c’era altra soluzione che lavorare anche alla domenica fino a mezzogiorno e alla sera andare a cenare a “Catapù” da James White, in mezza alla foresta tanto per gustare qualcosa di diverso da quello che offriva la mensa del campo. Verso fine 2007 i pali a terra erano stati ultimati già da tempo e l’attività in acqua era agli sgoccioli (mancavano alcune iniezioni di base e lavoretti vari attorno ai “coferdam” ) e si era deciso di raggruppare tutta l’attrezzatura non più in uso in un piazzale vicino alla vecchia spalla del primo progetto, mai finita e definitivamente abbandonata. Nel frattempo il fiume aveva ripreso a crescere di livello ed era prevista una nuova piena (da qualche parte ci sono parecchie fotografie fatte dal sottoscritto molto significative e interessanti). In breve, possiamo affermare che il lavoro è stato portato a termine con successo e piena soddisfazione del Cliente e della Committente tant’è che circa un paio d’anni più tardi la Trevi viene interpellata nuovamente per il Nuovo Ponte sullo Zambesi a Tete! Ma questa è un’altra storia .

… si, questa volta credevo proprio che le voci si fossero sopite e i ricordi tornati ad essere memoria personale ma invece come sempre accade quando ci si ritrova tra amici è facile che qualcuno all’ultimo istante tiri fuori un “… ma dai, ti ricordi di quando…” e allora di nuovo il fiume dei ricordi si riempie. E’ bello sentirsi tra amici con dei ricordi condivisi…

Il ponte sullo Zambesi, a Caia
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