Trevi Holding

Memorie di cantiere

I Buddha di Bamiyan

Carlo Crippa · 2002

I Buddha di Bamiyan

“ La Trevi ed i Buddha di Bamiyan ” Afghanistan 2002 Carlo Crippa

Devo confessare che quando, nell’ottobre del 2002, fui contattato telefonicamente dal Prof.Claudio Margottini, consulente e progettista dell’UNESCO, a riguardo di un possibile lavoro in Afghanistan il mio primo pensiero fu quello di ”sfuggirne” il più elegantemente possibile. La sola idea di dover organizzare un intervento di modeste dimensioni, senza nemmeno la prospettiva di un significativo ritorno economico, in una nazione dilaniata da un sanguinoso conflitto interno e che ogni giorno faceva parlare tristemente di se nelle cronache dei giornali, suscitava ai miei occhi ben poco interesse. Non fui però capace di resistere alle sue insistenze, direi quasi al suo coinvolgente entusiasmo, e pertanto organizzammo entro breve un meeting. Ci incontrammo a Milano il 15 ottobre del 2002 e da quel giorno iniziò l’avventura di Rodio-Trevi per i Buddha di Bamiyan: fu sufficiente vedere le immagini del luogo e mettere sul tavolo i primi abbozzati disegni progettuali per farsi coinvolgere nell’operazione e per respirare la grandezza delle opere d’arte e di ingegneria per le quali era richiesto l’intervento della nostra compagnia. Da subito, diventammo parte operante del progetto di recupero di uno tra i più suggestivi ed affascinanti siti archeologici del mondo. I Buddha di Bamiyan, scolpiti su di una parete rocciosa calcarea a 2,500 m sul livello del mare in una valle sita nella parte centrale dell’Afghanistan, sono in effetti le più grandi statue Buddiste esistenti. Risalgono ad un periodo tra il V ed il IX secolo d.C. e si ergono per più di 50 m d’altezza (Grande Buddha o “Salsal”, come chiamato dalla gente del luogo) e 35 m (Piccolo Buddha, o “Shamama”). Per intenderci, si tratta delle dimensioni di un palazzo di 15 piani scavato nella roccia. Le nicchie delle statue arrivano ad essere scavate fino a 18 m dentro la parete. Salire sulle ripidissime scale intagliate nella parete che arrivano fino dietro la testa delle statue è un’esperienza davvero unica (ed ancor di più se, come me, si soffre di un po’ di vertigini …). I Buddha di Bamiyan furono praticamente distrutti nel Marzo del 2001 dalla furia iconoclasta dei Talebani. Nonostante gli appelli accorati che provenivano da varie parti del mondo, questi antichi tesori furono barbaramente fatti saltare in aria per liberare il paese “dagli dei degli infedeli”. Nonostante questo, il panorama di Bamiyan nel suo insieme è ancora oggi davvero affascinante: oltre alle 2 statue maggiori, o a quel poco che ne rimane, distanti tra loro più di un chilometro, nel versante roccioso sono scavate una miriade di caverne, di stanze intarsiate nell’arenaria, che un tempo erano abitate dai monaci ed erano magistralmente affrescate ed istoriate con immagini sacre. Ora di tutto questo non rimane quasi nulla più di un tenue ricordo, ma basta veramente poco per immaginare lo spettacolo grandioso di questa parete, in una sera di molti anni fa, con tutti i fuochi dei monaci a rischiarare un patrimonio di arte, cultura e religione.

Non è un caso che il sito di Bamiyan sia stato dichiarato dall’UNESCO “Patrimonio dell’Umanità”. E proprio l’’UNESCO si è presa in carico lo studio dei metodi e le azioni necessarie per preservare l’esigua parte rimanente, per conservarne i resti e per ricostruire, laddove fattibile, le sculture in rilievo. E la Trevi come è entrata in tutto questo? Tra le prime e più urgenti operazioni necessarie al ripristino c’è stata la stabilizzazione della parete rocciosa, deteriorata da cause naturali e danneggiata dalle esplosioni. Bisognava “mettere in sicurezza” le nicchie per prevenire crolli che sembravano imminenti e per poter consentire un accesso protetto agli archeologi ed ai restauratori che smaniavano di potervi accedere. A questo proposito abbiamo eseguito una serie di interventi d’urgenza per il consolidamento della parete rocciosa sia del Piccolo Buddha sia, in misura minore, del Grande Buddha. Le prime due missioni si sono svolte tra il 2003 ed il 2004 mentre la più recente si è conclusa nel novembre 2006. Senza entrare troppo nei dettagli, l’intervento di consolidamento è consistito nell’installazione di ancoraggi permanenti profondi e di chiodature e nell’iniezione di miscele leganti per la cementazione delle fratture. La situazione iniziale era parecchio instabile: alcuni dei blocchi di roccia erano staccati dalla parete quasi completamente, con fessure decimetriche. E’ stato pertanto progettato e messo preliminarmente in opera un sistema continuo di monitoraggio delle fessure più ”pericolose”: i “crack gauges” misuravano in tempo reale i movimenti delle fratture durante le nostre lavorazioni. Il seppur minimo movimento che veniva registrato, che fosse o meno dovuto alle operazioni di perforazione o alla successiva iniezione a bassa pressione di miscele cementizie o ad altro motivo, significava un arresto delle attività ed un attento esame delle cause e delle valutazioni di come fosse meglio procedere. Per fortuna, la maggior parte delle volte si è trattato di “falsi allarmi” e, in tutti i casi è stato sempre possibile attuare le dovute contromisure. Al fine di operare in sicurezza è stato inoltre necessario il fissaggio temporaneo di alcuni blocchi con una rete di funi d’acciaio e con travi metalliche di contrasto. A rendere il tutto ancora più complicato c’è da sottolineare il non trascurabile dettaglio che la maggior parte delle nostre operazioni è stata eseguita “in parete” da esperti alpinisti-perforatori. Non essendo disponibili all’interno del gruppo specialisti con queste peculiari caratteristiche, è stato necessario appoggiarsi ad una piccola società del nord Italia che fa in particolare lavori “in parete”. E qui è opportuno aprire una piccola parentesi sul personale che è stato coinvolto in questa esperienza: chi fa il nostro mestiere sa bene che non è infrequente trovare nei perforatori esperti una certa dose, per così dire, di “sana originalità”: se si considera poi un driller che fa di norma il suo lavoro appeso ad una corda a decine di metri dal suolo, e che è disponibile a farlo in Afghanistan, si può aver un’idea dei personaggi che hanno collaborato con noi in qualità di specialisti. Dobbiamo però ringraziare per la professionalità, la dedizione e la capacità di adattamento tutti coloro che hanno partecipato a questo lavoro, a partire dal responsabile in cantiere ing. Tonoli, ai capisquadra, ed a tutti gli operatori. Sin dall’inizio si è trattato di un progetto assolutamente “internazionale”: il committente era le Nazioni Unite, nella loro espressione dell’Unesco, i cui responsabili di progetto erano tedeschi e francesi. I progettisti erano italiani e tedeschi. I finanziatori, oltre che i responsabili della parte più propriamente “di restauro”, erano giapponesi. In loco, un grande apporto è stato dato dai responsabili del Ministero della Cultura di Kabul oltre che dal governatore della regione. In cantiere si sentiva parlare dal tedesco al giapponese (c’erano parecchi restauratori – ed anche giovani ed intraprendenti restauratrici! – dei dipinti murali

I Buddha di Bamiyan

che venivano dal paese del Sol Levante), dall’inglese al dialetto Hazara e, perché no, anche qualche colorito intercalare in bergamasco che arrivava dall’alto … Con scadenza annuale, dal 2004 al 2006 l’Unesco ha organizzato un meeting per radunare tutti gli esperti delle varie specializzazioni coinvolti per il ripristino del sito di Bamiyan. Si andava dalla geotecnica al restauro artistico, dall’etnologia allo sviluppo delle infrastrutture locali, dai conservatoristi agli esperti di pitture murali. Ho avuto perciò l’onore (ed il piccolo onere) di presentare a questa platea multiforme di esperti mondiali i lavori che Trevi stava via via eseguendo. E questo si è tenuto due volte in Germania ed una volta persino a Tokio! Ho volutamente evitato di menzionare tutti i problemi organizzativi e logistici che sono stati affrontati e risolti per poter efficacemente portare a termine un lavoro nel centro dell’Afghanistan: solo a mo’ di esempio voglio ricordare che il trasporto iniziale delle attrezzature è avvenuto via aerea tramite un cargo dell’esercito bulgaro da Sofia a Karachi, in Pakistan, e successivamente via terra da Karachi a Kabul e, infine, a Bamiyan. Potrei continuare a lungo a raccontare di questo piccolo ma “unico” lavoro: se qualcuno ha interesse di approfondirne qualche aspetto può certamente contattarmi all’indirizzo ccrippa@trevispa. com .

I Buddha di Bamiyan
I Buddha di Bamiyan
I Buddha di Bamiyan